I Hope, I Think, I Know… un percorso di coaching

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Stavo riascoltando uno dei miei brani preferiti degli Oasis quando l’attenzione si è focalizzata sul titolo “I Hope, I Think, I Know” scandito più volte nel corso del pezzo. Mi è sembrato che potesse sintetizzare in maniera plastica tre fasi cruciali di un tipico percorso di coaching.

Il ricorso ad un coach generalmente avviene in un momento di stasi della propria vita, di vero e proprio “blocco”, quando si percepisce incertezza, talvolta confusione, riguardo a come muoversi, e  la situazione sembra immutabile, in attesa di un indefinito “qualcosa” che deve avvenire ma senza che possiamo esercitare alcun controllo su di esso, completamente esterno a noi. É evidente come una tale sensazione provochi facilmente insoddisfazione, spesso vera e propria sofferenza.

La fase iniziale del coaching è volta all’esplorazione del presente percepito dal coachee (il cliente del coach) e tenderà a sviluppare in lui, sin dal primo momento, la consapevolezza di sé, riguardo alle proprie capacità, attitudini, potenzialità, e nello stesso tempo, del contesto in cui agisce e delle relazioni che ha posto in essere.

I HOPE

Questa crescita in consapevolezza inizierà a far percepire al coachee un “movimento” iniziale verso il miglioramento o cambiamento della propria situazione. L’effetto più rilevante di questa fase iniziale è proprio l’accensione della SPERANZA intesa come presa di coscienza, certezza che gli aspetti negativi della propria situazione sono contingenti, non sono pertanto né pervasivi, né permanenti.

Pervasività e permanenza del negativo sono i due aspetti cognitivi che caratterizzano infatti la disperazione, ovvero l’assenza di speranza, che provoca uno stato di sofferenza dovuto all’incapacità (perlopiù presunta) di agire attivamente per fronteggiare le avversità. In tal senso, la permanenza attiene alla considerazione che gli aspetti negativi siano immutabili, costanti nel tempo. La pervasività consiste invece nella generalizzazione degli aspetti negativi: nell’assenza di speranza si tende  a estendere la negatività a tutti gli ambiti della propria vita.

La persona che non si arrende mai, “resiliente”, tende invece sempre a collocare gli aspetti negativi in un tempo e in un ambito specifico della propria situazione, a limitarli cioè in estensione e profondità.

I THINK

L’accresciuta consapevolezza di sé e del contesto in cui agisce, unitamente alla rinnovata speranza, permette al coachee di sviluppare un nuovo PENSIERO e delineare un proprio futuro desiderato che prima risultava impossibile individuare avvolto nelle nebbie del proprio presente ritenuto, a torto, immutabile.

Ecco allora che grazie al lavoro su se stessi, iniziano a dispiegarsi sogni e ambizioni che il coachee sente risuonare dentro di sé perché coerenti con i propri ideali, armonici con la propria identità, allineati con il proprio contesto e le proprie relazioni.

Rimane ancora concreta la possibilità che tali sogni rimangano semplicemente tali in attesa di eventi esterni perpetuando uno stato di passività nel coachee di fronte agli avvenimenti che lo riguardano. In questa fase è di conseguenza opportunamente sviluppata l’autoefficacia, cioè la percezione della capacità di conseguire determinati traguardi sulla base delle proprie capacità, che è una delle due dimensioni che alimentano l’automotivazione, l’altra essendo la capacità volitiva, anch’essa allenata costantemente nello svolgersi del percorso di coaching.

“Se le persone non credessero di poter produrre con le loro azioni gli effetti che desiderano, avrebbero pochi stimoli ad agire” (Albert Bandura)

I KNOW

Il sogno, il desiderio hanno il potere di modificare la realtà ma nel senso dell’ “essere in potenza”: il desiderare di per sé non rappresenta ancora l’azione mancando l’atto di volontà. Il sogno è una condizione necessaria ma non sufficiente perché si possa raggiungere il proprio futuro desiderato, può rimanere infatti un’idea astratta, senza tramutarsi effettivamente in un cambiamento concreto della propria situazione.

Se i sogni permangono in questo stato inattivo alla lunga deludono, devono trasformarsi necessariamente in azione per dare soddisfazione al coachee. Diventano fonti di appagamento reale e non semplici “fantasticherie” quando si trasformano in obiettivi. L’obiettivo è il sogno in azione, laddove il sogno rappresenta l’obiettivo in potenza.

“La differenza tra un sogno e un obiettivo è semplicemente una data” (Walt Disney)

Il dispiegarsi del percorso di coaching può consentire al coachee di arrivare a CONOSCERE il proprio obiettivo: il futuro desiderato si traduce in tal caso in qualcosa di concreto, specifico, misurabile, coerente con i propri valori e misurato sulle proprie potenzialità e competenze, collocato in un ambito temporale ben definito.

“Si conosce solo ciò che si ama” (Sant’Agostino)

Da questo momento in poi sarà un piano d’azione elaborato dal coachee in autonomia e responsabilità, con il supporto del coach, a guidare ogni passo nel cammino di avvicinamento al proprio obiettivo attraverso il raggiungimento dei traguardi intermedi convenientemente collocati lungo il percorso.

Ma questa è ancora un’altra canzone 😉

Perché il calcio non può bastare

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Anni fa, ad un convegno ascoltai un educatore dire durante il suo intervento che quando un ragazzo a 13/14 anni ha per interesse solo il calcio deve scattare un “campanello d’allarme” per i genitori.
Sul momento non compresi il senso dell’affermazione: mi piaceva il calcio, ambedue i miei figli maschi lo praticavano in una squadra giovanile, io ero dirigente accompagnatore della stessa.

Nel tempo, l’attività svolta come direttore e formatore al Club Prato Boys e al Polis Club, e il conseguente confronto frequente con i bambini e i ragazzi, alcuni particolarmente impegnati nella pratica sportiva, mi ha fatto comprendere appieno il senso di quanto avevo ascoltato.

Lo sport ha sicuramente, almeno in potenza, la capacità di veicolare tutta una serie di valori positivi (impegno, spirito di squadra, rispetto, lealtà, competizione, dedizione, spirito di sacrificio, altruismo…) ma molte volte, e nel calcio giovanile più che in altre discipline, l’attenzione prematura al solo risultato, la forte tensione agonistica a scapito dell’aspetto più propriamente ludico, rappresentano un ostacolo per la considerazione puntuale delle prioritarie necessità educative dei ragazzi.

Fra queste una delle più penalizzate è lo sviluppo della capacità di costruirsi delle relazioni significative di amicizia.

Nell’infanzia i bambini si cercano per giocare, per farsi compagnia, per soddisfare una serie di bisogni primari che fanno sì che un bambino nutra naturalmente simpatia verso coloro che li soddisfano meglio e che lo valorizzano e, viceversa, antipatie verso coloro che non rispondono adeguatamente a questi bisogni.

Con la pre-adolescenza e l’adolescenza inizia invece a strutturarsi un nuovo assetto di amicizia che va oltre l’essere “compagni di gioco” tipico dell’età infantile. Il gruppo dei pari età diventa il riferimento primario per i ragazzi in alternativa a quello genitoriale. rappresentando la matrice, il “brodo primordiale” da cui possono successivamente svilupparsi le vere amicizie.

Lo spiega bene lo scrittore C.S. Lewis: «L’amicizia nasce dal semplice cameratismo quando due o più compagni scoprono di avere un’idea, un interesse o anche soltanto un gusto, che gli altri non condividono e che, fino a quel momento, ciascuno di loro considerava un suo esclusivo tesoro. 
La frase con cui di solito comincia un’amicizia è qualcosa di questo genere: ”Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico…”.» (I quattro amori)

Il fatto di andare nella stessa scuola, di frequentare lo stesso ambiente, di praticare lo stesso sport, ecc. non comporta necessariamente l’amicizia. Chiunque condivida determinate esperienze rappresenta un compagno, ma soltanto chi, oltre a questo, avrà qualche altra cosa in comune diventerà realmente un amico.

Chi non possiede nulla non può dividere nulla; chi non sta andando da nessuna parte non può avere compagni di viaggio. (C.S. Lewis)

La meta o visione che accomuna gli amici non può essere il calcio, questo non ha la capacità di rappresentare il “punto di fuga” all’orizzonte verso cui possono convergere gli sguardi degli amici, perpetua solamente un modo di stare insieme infantile, da compagni di gioco.

Giocare a calcio infatti è un “fare insieme” qualcosa, non è cogliere quell’essenziale che è invisibile agli occhi (cfr Il Piccolo Principe) che rende l’amicizia qualcosa di più e di più profondo.
Fare insieme qualcosa, in questo caso praticare uno sport, aiuta a socializzare ma rende per sua natura solo compagni; l’amicizia, pur richiedendo la frequentazione, non è questo: si basa sul sentire e pensare insieme qualcosa e in questa condivisione differenziarsi dal resto dei compagni.
Questa visione comune, che guida il cammino fianco a fianco degli amici, porta nel tempo a sviluppare una profonda conoscenza e affetto reciproci tanto che l’amicizia si caratterizza inoltre per la benevolenza intesa nello stretto senso etimologico della parola: volere il bene dell’amico.

Come si esce da questo?

1) Innanzitutto sapendo ascoltare il “campanello di allarme” che può risuonare in determinate occasioni. Ascoltare un figlio che parla solo ed esclusivamente di calcio, di calciatori, di partite, di formazioni, di allenamenti, di fantacalcio… rappresenta per un genitore il “primo canto del gallo”: non bisogna arrivare al secondo.

2) Può essere opportuno iniziare un disinvestimento riguardo la riuscita agonistica di proprio figlio: siamo realmente sicuri che giocare bene a calcio, avere il posto da titolare nella squadretta più o meno blasonata della nostra città, partecipare al campionato regionale anziché provinciale…, sia ciò che più serve alla maturazione umana di nostro figlio?
O piuttosto è qualcosa che soddisfa una nostra aspettativa, che gratifica noi stessi per un risultato che magari non siamo stati in grado di raggiungere a suo tempo oppure che ci attribuisce un certo status nella nostra cerchia di amici?

3) É necessario adoperarsi a partire dall’infanzia e, sicuramente dalla pre-adolescenza, per favorire occasioni che possano suscitare nel ragazzo altri interessi e passioni senza abbattersi per probabili insuccessi. Sarà un processo lungo e faticoso, costellato magari da numerosi fallimenti. Ci sarà richiesto di uscire dalla nostra “comfort zone” e dedicare tempo di qualità e in quantità per svolgere attività con nostro figlio o per consentirgli di compiere determinate esperienze alternative.

Solo la passione smodata per il calcio può avere questi effetti collaterali?
Evidentemente no: ogniqualvolta la pratica sportiva, sia essa calcio, rugby, basket, ginnastica, nuoto, tennis, pallanuoto…, travalica la propria funzione, relativa, per diventare un assoluto cui sacrificare ogni altra possibilità di scoprire passioni alternative in ambiti diversi, si corre il rischio di limitare la capacità di sviluppare in futuro nel ragazzo profonde e significative relazioni amicali.

Fortunatamente esistono anche (rare) società calcistiche giovanili dove viene posta attenzione agli aspetti educativi del bambino o ragazzo prima ancora del raggiungimento di risultati sportivi di eccellenza, e dove magari i loro sforzi sono frustrati invece dalla mancanza di sensibilità educativa dei genitori che si accaniscono riguardo alla sola riuscita calcistica dei loro “campioncini” in erba. Si trovano “mister” interessati a insegnare calcio facendo divertire i bambini, distaccandoli dall’attenzione ai soli risultati sportivi privilegiando la relazione fra loro e con gli adulti di riferimento. Ma non sono la maggioranza e comunque ciò non è sufficiente se manca la dovuta attenzione alle necessità educative dei propri figli da parte di noi genitori.

Attenzione: non voglio sostenere che il calcio, e la pratica sportiva in generale, non abbiano una loro importanza nello sviluppo psicofisico dei nostri figli. Tutt’altro. Sottolineo unicamente il rischio che diventi un’esperienza esclusiva, “totalizzante” e che privi i ragazzi della sperimentazione in altre attività, in ambiti alternativi allo sport. La formazione umana non si può limitare alla sola pratica sportiva.
Nell’infanzia e nell’adolescenza è infatti di fondamentale importanza la sperimentazione continua, talvolta incoerente, che permette di scoprire interessi, propensioni, possibilmente passioni. Le stesse che potranno non solo favorire la nascita e il consolidamento di vere amicizie con coloro che vibrano per le stesse “visioni” ma anche guidare il ragazzo verso la propria realizzazione futura, a trovare “il suo posto nel mondo”.

 

É finita la scuola… e adesso?

[Tempo di lettura: 2,8 minuti]

La scuola è finita per quasi tutti i nostri ragazzi, anche per gli esaminandi di III media e V superiore le prove giungeranno presto al termine. Noi genitori di figli preadolescenti e adolescenti siamo quindi alle prese con il consueto dubbio relativo a cosa sia meglio fare per loro nel periodo estivo.

Le vacanze rappresentano sicuramente un periodo di riposo che serve a prendersi cura di sé, a rigenerarsi dai lunghi e impegnativi mesi di scuola ma può rappresentare anche l’occasione per mettersi in gioco sotto altri aspetti, per acquisire maggiore consapevolezza delle proprie capacità e potenzialità, e rafforzare la propria autoefficacia e autostima.

Come genitori è fondamentale che prestiamo cura che i nostri ragazzi, pur nel dovuto relax, mantengano o rafforzino dei corretti stili di vita, che conducano attività all’aria aperta privilegiando il movimento e che si alimentino in maniera sana e regolare.

Dobbiamo però evitare di voler pianificare tutte le attività quotidiane dei nostri figli. La loro vita è già fin troppo scandita da orari predefiniti dovuti alla scuola, alle attività sportive e ad altre attività extra-scolastiche cui li iscriviamo pensando di agire per il loro bene. É invece necessario che i nostri ragazzi crescano in autonomia e responsabilità e questo richiede loro un allenamento a sapersi organizzare le giornate senza che lo facciamo noi per loro. Il nostro aiuto, se richiesto, può essere importante per aiutarli a crescere sotto questo aspetto se invece di fornire loro soluzioni già pronte e confezionate li aiutiamo, con opportune domande, a fare chiarezza su cosa piacerebbe loro fare in base alle proprie attitudini, quali esperienze vivere…

Anche la progettazione della vacanza estiva fuori dal proprio ambiente quotidiano richiede un impegno di studio da parte di noi genitori per evitare che i ragazzi più grandi si adagino su una piatta sequenza di “dormire fino a tardi / spiaggia / aperitivo / cena / tirar mattina nei locali”.

Forse i nostri adolescenti si meritano qualcosa di più e di meglio di questa routine banale e controproducente. Altrimenti non lamentiamoci che abbiano poi per miti viveur alla Gianluca Vacchi e Dan Bilzerian, calciatori milionari oppure youtubber “buoni a nulla ma capaci di tutto”.

Ma i miei figli vogliono questo” qualcuno potrebbe obiettare, ma non è del tutto vero perché sono i nostri ragazzi  a voler essere stimolati.

Un’interessante ricerca del 2017 promossa dall’agenzia Espresso Communication per FourStars (società accreditata dal ministero del Lavoro e specializzata nei tirocini formativi), e condotta su un campione di circa 1.400 giovani (18-29 anni), ha rivelato che ben “il 72% dei giovani ammette che sarebbe disposto a rinunciare alle vacanze da ‘viveur’, per dedicarsi invece ad esperienze formative in giro per il mondo.”

Certo a questo si arriva se alleniamo i nostri ragazzi a partire dalla preadolescenza a delle vacanze non impostate solamente sul “dolce far niente”.

Un tale cambiamento richiede però che per primi siamo noi genitori a voler cambiare atteggiamento, a uscire dalla nostra comfort zone impostando delle vacanze estive di famiglia imperniate su attività esperienziali che possono giungere da escursioni, visite in città d’arte, viaggi in altri paesi, possibilmente aggregandosi a famiglie amiche con figli e figlie di età analoghe ai nostri.

Altre proposte formative da offrire ai nostri ragazzi, tenendo conto evidentemente delle diverse fasce di età, possono riguardare i campi estivi magari in località in mezzo alla natura, le attività di volontariato con coetanei anche in altri paesi, le vacanze-studio all’estero purché seriamente organizzate.

Dobbiamo renderci conto che delle vacanze estive proficue per lo sviluppo fisico, psicologico ed emotivo dei nostri bambini e ragazzi non possono essere improvvisate ma richiedono una volta di più che dedichiamo del tempo di qualità a quella che è la nostra occupazione più importante: l’educazione dei figli.

 

Scuola – compiti – figli TIPS #4

[Tempo di lettura: 4,4 min]

In un precedente articolo ho affrontato il tema della motivazione allo studio dei nostri figli (TIP #3) individuando tre linee di azione che come genitori dovremmo mettere in atto per permettere lo svilupparsi delle condizioni di base, una sorta di “brodo primordiale” in cui può nascere nei ragazzi una motivazione di tipo intrinseco:

✔ monitorare e sviluppare la nostra personale motivazione intrinseca al lavoro;

✔ allenare il senso di autoefficacia di nostro figlio;

✔ adottare uno stile educativo incoraggiante benché esigente e risoluto.

Con il tempo ciò può portare nostro figlio ad una maggiore motivazione personale allo studio come risposta a proprie esigenze di tensione al miglioramento delle competenze, di soddisfazione, di sfida con se stesso, di ricerca di senso.

✅ Perché nostro figlio passi da un atteggiamento di pensiero positivo, ottimista (che sappiamo favorire l’impegno rispetto a un atteggiamento pessimista), ad AGIRE POSITIVAMENTE, unico atteggiamento realmente efficace per il conseguimento di propri obiettivi, è fondamentale però che il ragazzo abbia a disposizione l’energia necessaria per attivarsi concretamente nell’impegno scolastico per il quale è adesso maggiormente motivato, e questa energia assume le forme della determinazione e della tenacia.

💪 Innanzitutto chiariamo i significati di questi termini: siamo determinati quando possediamo una volontà ferma, quando siamo cioè risoluti e fermi nelle nostre scelte. La tenacia ha a che vedere con la fermezza e la perseveranza nell’azione, è quasi una determinazione in atto. Determinazione e tenacia sono aspetti che fanno parte del concetto più ampio di resilienza.

“Resilienza psicologica: Capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino” (Pietro Trabucchi)

Come si acquisiscono?

▶ Determinazione e tenacia dipendono in gran parte dalla capacità acquisita di autoregolazione e dall’allenamento allo sforzo, alla fatica.

1) Autoregolazione

✋ L’autoregolazione ha sostanzialmente a che fare con il controllo degli impulsi: un ragazzo, ma noi adulti non ne siamo immuni, se vuole raggiungere un risultato attraverso la propria attività, deve prima o poi vincere le tensioni o i desideri che lo conducono in direzione opposta promettendogli una gratificazione nell’immediato (ad esempio, indugiare a giocare alla Playstation dopo mangiato anziché mettersi alla scrivania a fare i compiti).

L’autocontrollo lo possiamo favorire se, fin da bambino, sviluppiamo in nostro figlio la capacità di accettare i disagi e le sofferenze. Non possiamo far pensare ai bambini che tutto sia facile e divertente, compresa la scuola, non dobbiamo creare in loro l’illusione che la vita sia un parco giochi perché facciamo loro del male e quando si scontreranno con la realtà, e si scontreranno prima o poi indipendentemente dai nostri sforzi, l’impatto rischia di essere devastante.

Accettare i disagi significa anche far vivere ai figli la noia e la monotonia di svolgere i compiti più faticosi. D’altra parte qualsiasi attività, sia essa di studio o lavorativa, prevede alcuni momenti creativi ma insieme ad altri compiti routinari, talvolta noiosi. Senza contare che la noia può sviluppare un atteggiamento creativo nei nostri figli se non la anestetizziamo proponendo o consentendo loro un accesso non regolato a videogiochi e serie TV.

📌 Un approccio corretto per abituare ad accettare i disagi può essere quelle di insegnare ai figli ad anticipare gli ostacoli e le difficoltà che incontreranno nello svolgimento dei compiti (gli immancabili messaggi whatsapp sul telefono, l’amico che chiama per invitarlo a uscire, l’imperdibile replica di X-Factor alla televisione…) al fine di ipotizzare possibili soluzioni per gestirle prima ancora che accadano o che sorga il desiderio.

2) Allenamento alla fatica

I ragazzi che raggiungono elevati risultati scolastici non sono necessariamente i più intelligenti, quelli dotati di capacità superiori alla media, bensì quelli che sono esigenti con se stessi, che prestano attenzione e svolgono senza tentennamenti i compiti assegnati, che hanno metodo nello studio… in definitiva quelli che studiano coscienziosamente, che si impegnano in maniera efficace e, allo stesso tempo, efficiente.

Semplificando con un’immagine, possiamo dire che i successi scolastici dipendono dalle abilità (competenze) e dall’impegno; se manca uno dei due fattori il risultato è zero.

Le abilità si sono sviluppate a partire dalle potenzialità innate e dalla quantità di esercizio svolto per allenarle.

Da ciò consegue che il successo nello studio dipende in larghissima parte dall’impegno profuso e quindi dalla capacità di sopportare lo stress psicofisico, la fatica conseguenti allo sforzo compiuto.

Come possiamo fare perché i nostri figli sviluppino questa capacità di sopportazione?

Innanzitutto cos’è la fatica? Il dizionario la definisce come lo “Sforzo intenso e prolungato che porta all’indebolimento progressivo delle facoltà di resistenza fisiche o spirituali“.

La fatica cioè induce un deterioramento della resistenza fisica e mentale fino al punto di desiderare l’interruzione dell’attività che l’ha generata. Nello studio, ancor più che in altre attività, il limite mentale sopraggiunge ben prima del limite fisico, in altre parole un ragazzo smette facilmente di studiare perché “non ne ha più voglia” piuttosto che perché non ce la fa più fisicamente.

📌 Ecco perché è fondamentale l’approccio mentale che i nostri figli devono maturare nei confronti della fatica per poter sopportare i carichi di studio. Sin da bambini bisogna pertanto abituarli ad uscire dalla propria “zona di comfort” per farli confrontare con la sensazione di fatica, stabilendo dei compiti in casa adeguati all’età e che siano effettivamente utili, che ne percepiscano cioè l’utilità per il funzionamento della comunità familiare. Allo stesso tempo abituarli a stabilire dei tempi fissi di studio va in questa direzione togliendo spazio vitale allo “spontaneismo” e privilegiando l’assunzione di una metodologia ordinata.

Il concetto è che se abbassiamo costantemente l’asticella di ciò che chiediamo ai nostri figli, crediamo di fare loro un favore ma rischiamo di “allenare” studenti poco coscienziosi e futuri professionisti superficiali e incapaci di lavorare bene.

 


📌 Per un approfondimento di questi temi sono aperte le iscrizioni al corso “Scuola-compiti-figli. Corso di sopravvivenza per genitori” che terrò Giovedì 16 novembre e giovedì 23 novembre, ore 21-22.30, a Prato presso lo Studio Zucchi.

Per info, costi e iscrizione ➡ http://wp.me/p7BgQC-92

Attenzione: il corso è a numero chiuso. ULTIMI POSTI DISPONIBILI

Cosa fa un Teen coach?

[Tempo di lettura: 3,1 min]

❌ Rispondere alla domanda è quanto mai necessario visto che oggi spesso la parola coach viene associata alla figura di una sorta di guru/motivatore che in incontri più o meno affollati, e più o meno costosi, ti carica urlando “Ce la puoi fare! Think positive! Se lo vuoi lo raggiungi!” o formule analoghe.

❗Un coach non è questo, è un professionista che svolge infatti una professione ben distinta, disciplinata dalla Legge n. 4/2013 e normata dall’UNI con il documento UNI 11601:2015 “Coaching – Definizione, classificazione, caratteristiche e requisiti del servizio”.

⚠ I corsi motivazionali così tanto in voga caricano sull’immediato mediante sapienti tecniche emozionali ma elargiscono solo ampie dosi di motivazione esterna che, passato l’effetto, possono talvolta lasciare la persona più sfiduciata e con maggiore disistima di sé di prima: “Se non ce l’ho fatta neanche volendolo, non valgo proprio nulla!

Allora un coach non è un motivatore?
Certo che il coach motiva ma nel senso che ti aiuta a scoprire le TUE motivazioni, quelle allineate al tuo vero essere.

COSA FA UN COACH?

Un coach è un ALLENATORE DEL CAMBIAMENTO PERSONALE, e ciò vale anche nel caso specifico che il cambiamento sia desiderato da un pre-adolescente o adolescente.

❌ La definizione di Life coach come allenatore sgombra subito il campo anche dal secondo equivoco, che un coach sia cioè un terapeuta, che vada cioè a esplorare il passato per una comprensione del problema e la cura di un disturbo psicologico. Questo è compito di un altro professionista: lo psicoterapeuta.

Il coach si focalizza invece su un processo orientato allo sviluppo della persona, al futuro e all’azione. Nel caso del Teen coaching, il ragazzo/a sarà affiancato dal coach per procedere:

✔ nella conoscenza di se stesso, dei propri desideri per il futuro;

✔ nella scoperta e valorizzazione del proprio potenziale, dei propri punti di forza, delle risorse e competenze da mettere in gioco;

✔ nell’elaborazione di obiettivi futuri specifici di miglioramento e di cambiamento;

✔ nella predisposizione e messa in atto di piani per raggiungere tali obiettivi.

In altre parole,
il Teen coach aiuta il ragazzo a fare chiarezza su cosa realmente desidera,
poi lo aiuta a definire un obiettivo
e a trovare le strategie idonee per perseguirlo.

PERCHE’ RICORRERE A UN TEEN COACH?

Il Teen coach offre un punto di vista alternativo al ragazzo, alternativo anche a quello che può ricevere in famiglia, e può “accendere i fari” su alcuni aspetti della sua vita aiutandolo a prendere maggiore consapevolezza di se stesso e del contesto in cui è inserito.

Attraverso il processo di coaching viene allenato nel ragazzo, fin dall’adolescenza, un atteggiamento verso la vita positivo e proattivo che rappresenta una potenzialità di base imprescindibile per autorealizzarsi.

Il Teen coach è un alleato del ragazzo e il rapporto di fiducia si basa su una stretta riservatezza riguardo a ciò che viene esplicitato durante le sessioni di coaching.

❌ Il Teen coach non è la “longa manus” dei genitori, non agisce per conto loro sul figlio o figlia per conseguire i loro obiettivi, non è neanche una “cimice” che a mo’ di spia relaziona i genitori sui desideri più o meno reconditi dei figli.
Normalmente l’invio di un adolescente dal coach avviene a seguito di un colloquio preliminare fra il coach e i genitori. Successivamente però è cruciale la volontà del ragazzo di impegnarsi in un percorso in cui sarà lui a dover “lavorare”, e sodo, per poter definire e raggiungere i propri obiettivi.

Periodicamente sono svolti incontri fra il Teen coach e i genitori con lo scopo di restituire loro un profilo del figlio o della figlia basato sulle sue potenzialità, risorse, abilità… che servirà loro per comprendere maggiormente il proprio figlio/a e capire come si sta muovendo nel contesto di riferimento. Altre indicazioni fornite dal coach saranno solo quelle necessarie perché i genitori possano a loro volta decidere di migliorare/cambiare il proprio atteggiamento educativo.

Talvolta, a seguito di ciò, può essere impostato, a richiesta dei genitori, un percorso parallelo di Parent coaching per aiutare i genitori a scoprire, allenare e potenziare le proprie potenzialità genitoriali in modo da definire in autonomia un proprio obiettivo educativo, familiare… e mettere in atto un piano d’azione per raggiungerlo.

Scuola – compiti – figli TIPS #3

📚 Un tema affrontato di frequente parlando di scuola con altri genitori è quello della motivazione dei propri figli verso l’apprendimento scolastico. Generalmente ciò viene manifestato con l’affermazione “mio figlio non ha alcuna voglia di andare a scuola / fare i compiti / studiare”.

Quando si parla di motivazione è fondamentale distinguere fra motivazione estrinseca e intrinseca.

Nella MOTIVAZIONE ESTRINSECA la fonte motivazionale è esterna alla persona. Sostanzialmente il ragazzo a scuola agisce, nella migliore delle ipotesi, per conseguire determinati premi e incentivi che sono rappresentati generalmente dall’apprezzamento dei genitori o talvolta degli insegnanti, ma più spesso da ciò che i genitori elargiscono a seguito dei buoni voti riportati: paghetta più sostanziosa, regali, ecc. Nella seconda ipotesi, il ragazzo invece affronta la scuola con un minimo impegno volto a evitare le conseguenze negative o le vere e proprie punizioni conseguenti a eventuali brutti voti assegnati dai docenti: riduzione delle uscite con gli amici, requisizione del cellulare e/o della consolle di videogiochi, riduzione di paghetta, ecc.

Questo tipo di motivazione non si manifesterà mai, o quasi, in un atteggiamento che possa far ritenere al genitore che il proprio figlio abbia “voglia” di andare a scuola.

▶ La cosiddetta “voglia” di andare a scuola è percepita dai genitori in presenza di una MOTIVAZIONE INTRINSECA che proviene cioè dalla persona stessa in risposta a proprie esigenze di soddisfazione personale, di sfida con se stesso, di sviluppo personale, di ricerca di senso. Nella motivazione intrinseca l’attività svolta diviene stimolante e gratificante di per se stessa.

Com’è possibile far sì che nostro figlio giunga a possedere un tale tipo di motivazione?

Sgombriamo in prima battuta il campo da un equivoco in cui è facile imbattersi rispondendo a una domanda: ritenete possibile attribuire dall’esterno una motivazione che per sua natura ha una fonte interna alla persona?

Se la vostra risposta è sì, è spiegato il successo di figure come guru, motivatori e simili, che promettono di rendere ciascuno in un certo lasso di tempo infallibilmente capace di raggiungere un livello di motivazione tale da poter raggiungere i propri obiettivi.

Io sono invece dell’opinione che il lavoro sulla motivazione intrinseca sia in realtà molto più difficile, che richieda cioè la predisposizione di tutta una serie di accorgimenti e situazioni che possono sì agevolare la formazione di una motivazione intrinseca ma che, in ultima analisi, il risultato finale dipenda dalla volontà della persona stessa di porsi in gioco e acquisire un tale tipo di atteggiamento.

“Puoi condurre un cavallo all’acqua ma non puoi costringerlo a bere”
(Stephen King – “Il miglio verde”)

Quali sono allora queste condizioni che possono agevolare lo sviluppo di una motivazione intrinseca?

📌 Innanzitutto chiediamoci che genere di motivazione ci muove personalmente per alzarsi da letto la mattina e recarci alle nostre occupazioni abituali:

Perché lavoro? Solo per assicurarmi il necessario sostentamento e togliermi magari qualche sfizio, oppure perché così sento di realizzare pienamente me stesso?

La risposta non è così senza conseguenze perché determina un atteggiamento verso il lavoro che i ragazzi possono facilmente osservare in famiglia: se arrivati al venerdì siamo pazzi di gioia e lo manifestiamo perché finalmente è finita la settimana lavorativa, se la domenica sera siamo corrucciati perché l’indomani si torna al lavoro, se il lunedì mattina siamo immancabilmente di pessimo umore, se abbiamo solo parole di insofferenza verso ciò che facciamo, come credete venga percepito tutto ciò dai nostri ragazzi?

Semplice: l’impegno per il lavoro (la scuola per loro) è una grande scocciatura da superare per arrivare finalmente a poter fare quello che ci pare nel fine settimana.

🎯 Dobbiamo partire da qui, dal nostro atteggiamento mentale verso il lavoro, verso le nostre occupazioni abituali, senza mostrare entusiasmo solo per il tempo dedicato al riposo e agli svaghi che, pur importanti, non possono essere assolutizzati. Il nostro esempio, il nostro entusiasmo per ciò che realizziamo giorno dopo giorno, sono fondamentali perché i nostri ragazzi possano arrivare ad una motivazione di tipo intrinseco.

Le altre condizioni che, come genitori ed educatori, possiamo contribuire a realizzare sono lo sviluppo della percezione di autoefficacia di nostro figlio e adottare uno stile genitoriale risoluto ed esigente ma al contempo affettuoso e incoraggiante.

💪 PERCEZIONE DI AUTOEFFICACIA

La percezione di autoefficacia corrisponde alla convinzione che una persona possiede di poter raggiungere un obiettivo, o affrontare positivamente una data situazione, in virtù delle proprie capacità, e dipende non solo dalle competenze effettivamente possedute e dai risultati fin lì raggiunti ma anche dalla considerazione che ciascuno ha maturato nel tempo di sé.

Il senso di autoefficacia è molto importante perché favorisce l’impegno che, a sua volta contraddistinto da  determinazione e perseveranza,  facilita il raggiungimento di buoni risultati a scuola, e questi a loro volta incrementano la percezione di autoefficacia di nostro figlio chiudendo un ciclo quanto mai virtuoso.

Diventa di importanza strategica dunque incoraggiare i nostri ragazzi ad agire, inizialmente sostenendoli nel loro impegno di studio o attivando procedure temporanee di motivazione estrinseca con l’utilizzo di premi e incentivi, puntando all’incremento della loro percezione di autoefficacia come risultato dell’ottenimento di una gratificazione conseguenti ai buoni voti raggiunti per effetto del lavoro svolto.

I buoni risultati a scuola possono inoltre favorire l’instaurarsi di un altro circolo conducendo allo sviluppo di una visione positiva del proprio futuro, a un atteggiamento di tipo ottimista il quale, a sua volta, favorisce l’impegno scolastico, fattore predittivo, come detto, del conseguimento di risultati scolastici di buon livello.

Tutto ciò ha un effetto sulla motivazione nel senso che i risultati scolastici, promossi dall’impegno attivato a sua volta dalla percezione di autoefficacia e da un atteggiamento ottimista, incrementano sensibilmente la probabilità che lo studente possa sviluppare un’adeguata motivazione di tipo intrinseco.

👍 STILE GENITORIALE

I genitori hanno un considerevole impatto sullo sviluppo della motivazione allo studio dei figli, non solo come detto sopra in relazione alla propria personale motivazione al lavoro, ma anche mediante il proprio stile genitoriale che, per essere efficace deve conciliare un atteggiamento fermo ed esigente con un tratto affettuoso e incoraggiante.

Da un parte cioè, come genitori dobbiamo stabilire chiaramente quello che ci attendiamo da loro esprimendo chiaramente delle aspettative sfidanti (non troppo facili, che richiedano quindi uno sforzo per essere raggiunte), realistiche (basate sulle effettive competenze, risorse e potenzialità dei figli) e verificabili in corso d’opera e a posteriori. Dobbiamo inoltre stabilire delle regole di convivenza in casa e di comportamento opportunamente motivate e, talvolta, contrattate.

Dall’altra però, è necessario essere incoraggianti lodando opportunamente per i traguardi raggiunti concentrandosi sugli sforzi compiuti da nostro figlio anziché sui risultati in se stessi, ed essere affettuosi manifestandolo fisicamente (anche se i figli manifesteranno una naturale ritrosia crescente verso ciò, ma nondimeno lo apprezzeranno), valorizzando le potenzialità e competenze, creando in famiglia un’atmosfera priva di situazioni di stress e mentalmente stimolante.

Conclusioni

Sviluppare la nostra personale motivazione intrinseca, favorire il senso di autoefficacia di nostro figlio e mantenere un profilo educativo incoraggiante benché esigente permetteranno, peraltro in un tempo non breve, di sviluppare le condizioni di base perché nostro figlio possa sviluppare a sua volta una motivazione di tipo intrinseco.

C’è un punto debole in questo tipo di approccio?

Sì c’è ed è in relazione allo step intermedio del raggiungimento di migliori risultati scolastici per facilitare lo sviluppo di una motivazione intrinseca. Le condizioni sopra indicate sono sì necessarie ma non sufficienti: è fondamentale infatti che il figlio disponga dell’energia per attivarsi concretamente nell’impegno scolastico, che maturi cioè l’opportuna determinazione e tenacia che dipendono essenzialmente dalla capacità di autoregolazione e dall’allenamento allo sforzo, alla fatica.

Ma questo sarà argomento per un altro tip. 😉


📌 Per un approfondimento di questi temi ci vediamo al corso “Scuola-compiti-figli. Corso di sopravvivenza per genitori” che terrò Giovedì 16 novembre e giovedì 23 novembre, ore 21-22.30, a Prato presso lo Studio Zucchi.

Per info, costi e iscrizione ➡ http://wp.me/p7BgQC-92

Attenzione: il corso è a numero chiuso.

Scuola – compiti – figli TIPS #2

“Puoi giocare/chiamare gli amici/uscire appena hai finito i compiti!”

Alzi la mano chi ha pronunciato questa frase almeno una volta a fronte delle proteste del figlio o della figlia che freme per fare quello che più gli/le piace.

✋ OK, ammetto che mi è capitato più di una volta di dirlo 😬

Quale pensi possa essere l’errore?

🛑 Aspetta a leggere… dai prima la TUA risposta!

➡ É molto probabile che dopo questa nostra infelice uscita nostro figlio si affretti a fare i compiti privilegiando la velocità e la quantità rispetto alla qualità dello studio, all’approfondimento dei punti più importanti, al dissolvimento dei dubbi eventualmente sorti.

La strada da percorrere è invece quella di aiutare lo studente a stabilire un tempo giornaliero prefissato di studio, che può essere ampliato in caso di impegni particolari (verifiche, interrogazioni programmate, recupero da malattie…), ma che non dovrebbe essere ridotto anche in presenza di compiti più modesti riservando il tempo eventualmente eccedente al ripasso di lezioni arretrate, alla lettura di un libro…

Si tratta in altri termini di privilegiare obiettivi di prestazione o performance rispetto agli obiettivi di risultato.

❌Gli OBIETTIVI DI RISULTATO, che in ambito scolastico possono essere ad esempio, nell’immediato, quello di terminare i compiti assegnati, nel breve termine, di superare una verifica, nel lungo termine di essere promosso, fanno sempre riferimento al concetto di successo/insuccesso e spesso, non sempre, non sono sotto il completo controllo dello studente.

Focalizzare la nostra attenzione esclusivamente sui risultati anziché sul processo che porta a quel risultato, ci conduce facilmente a cercare di evitare le difficoltà, a ridurre lo sforzo del percorso magari medianti accorgimenti non propriamente virtuosi. I nostri figli allora per raggiungere il risultato di terminare i compiti assegnati possono facilmente scegliere di percorrere le strade più facili, il percorso che richiede minore sforzo. Il risultato cioè può talvolta essere raggiunto anche per vie traverse e comunque senza nessuna sicurezza di aver potenziato le proprie competenze.

👍L’OBIETTIVO DI PRESTAZIONE, ad esempio ottimizzare il metodo di studio, stabilire un dato tempo di studio giornaliero, stabilire delle pause programmate (vedi TIP #1), imporsi delle ripetizioni ad alta voce di quanto studiato, elaborare degli schemi o delle mappe mentali…, è invece strettamente legato all’allenamento di un’abilità o al miglioramento di un atteggiamento ritenuto di primaria importanza per giungere all’obiettivo di risultato.

Il fattore decisivo è che gli obiettivi di prestazione sono sotto il completo controllo dello studente perché dipendono, in ultima istanza, dalla forza di volontà e dall’impegno profuso.

Quando i nostri figli lavorano su un obiettivo devono primariamente essere aiutati a lavorare su loro stessi, ponendo cioè le premesse perché possano raggiungere il risultato attraverso l’acquisizione e l’allenamento di alcune skills fondamentali quali la perseveranza, lo spirito di sacrificio, l’autoregolazione, il senso di responsabilità.

📌 Per un approfondimento di questi temi ho ideato il corso “Scuola-compiti-figli. Corso di sopravvivenza per genitori” che terrò Giovedì 16 novembre e giovedì 23 novembre, ore 21-22.30, a Prato presso lo Studio Zucchi.

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Attenzione: il corso è a numero chiuso.

Scuola – compiti – figli TIPS #1

INSEGNATE AI RAGAZZI A FARE DELLE PAUSE PROGRAMMATE DURANTE LO STUDIO

Per massimizzare l’efficienza nello studio dei ragazzi possiamo farci aiutare dalla “tecnica del pomodoro”. 

Ma che dice Giulio? É impazzito?

No, o almeno non per ora . Tra poco vi sembrerà tutto più chiaro.

Il punto è che non ha alcun senso imporre ai nostri figli di studiare tutto il pomeriggio in “full immersion” dato che la durata media della concentrazione si colloca fra i 20 e i 40 minuti.
Passato questo tempo l’attenzione scema repentinamente ed è necessario introdurre una breve pausa. Alcuni minuti (min 5, max 10) sono del tutto sufficienti per riprendersi e nello stesso tempo non disperdere la concentrazione.

Sono invece da evitare ripetute pause prolungate (di 20-30 minuti) perché interrompono la concentrazione, pertanto è bene collocarle solo al termine di di 3 o 4 cicli di studio/pause brevi.

 E qui entra in gioco il pomodoro: per tenere nota del tempo trascorso è possibile aiutare i nostri ragazzi rifacendosi a una tecnica di Time Management che prende il nome del nostro vegetale.

 L’utilizzo di un semplice timer da cucina consente infatti di tenere nota del tempo trascorso e di separare nettamente il tempo di studio da quello di relax (breve).

Si ok, ma come funziona?
Le prime volte va aiutato nostro figlio/a a porsi un obiettivo da raggiungere (un elaborato da scrivere, una versione di latino da fare, un certo numero di esercizi da svolgere, date pagine da leggere e studiare…), poi va impostato il timer al tempo prestabilito e fino a che questo non suona, il ragazzo deve studiare SENZA soste e distrazioni di alcun genere.

Alcuni più al passo coi tempi, anziché il vecchio timer da cucina utilizzano delle app disponibili per lo smartphone, ad esempio Clockwork Tomato per Android o Simple Pomodoro per iPhone.
Io personalmente preferisco il vecchio timer da cucina perché non implica la presenza nelle vicinanze del cellulare che è comunque una sensibile fonte di distrazione.

 Voi che ne pensate? La utilizzavate già questa tecnica?
Io ad esempio quando studio o preparo qualcosa di scritto mi prendo una breve pausa ogni 30′, e voi?

Alla prossima 

 

La scuola è finita. 5 punti per aiutare i ragazzi a trascorrere il tempo libero senza stare sempre connessi al cellulare.

Troppe vacanze che durano troppo a lungo, troppi film, troppa televisione, troppi videogame, troppo tempo libero indisciplinato a poco a poco rovinano una vita. L’unico risultato garantito è che le capacità dell’individuo restano inattive, i talenti non si sviluppano, la mente e lo spirito diventano letargici e il cuore è insoddisfatto.

(Stephen Covey)

Questa citazione mi ha sempre colpito, perlomeno da quando come genitore mi sono imbattuto nel problema comune a molti di dover affrontare e gestire l’inizio delle vacanze estive dei figli.

La fine della scuola e l’inizio delle vacanze possono infatti suscitare in famiglia dei sentimenti contrastanti: all’entusiasmo dei ragazzi si contrappone talvolta la preoccupazione dei genitori per come trascorreranno il loro tempo libero accresciuto a dismisura.

Se riconosciamo giustamente loro il diritto e la necessità di riposare e ritemprarsi dalle fatiche dei mesi di scuola, temiamo però che il periodo estivo si tramuti in un tempo di dissipazione delle buone abitudini di ordine e laboriosità acquisite, più o meno a forza, durante l’anno scolastico. La mancanza di impegni definiti consente infatti loro di ritardare la sveglia al mattino e posticipare notevolmente il necessario riposo notturno.

Ancora di più però ci preoccupa vedere i nostri ragazzi sempre curvi su smartphone e tablet per rimanere in contatto con gli amici attraverso Whatsapp o i vari social network. Non è raro inoltre che trascorrano ore sul divano a seguire serie televisive o impegnati in interminabili videogiochi.

Tutto questo avviene mentre per noi genitori non è cambiato alcunché nei nostri ritmi e impegni ordinari e ciò comporta che facilmente si vengano a creare momenti di tensione, caratterizzati da discussioni e minacce di punizioni.

Ecco, direte voi, il solito genitore antiquato che non vede di buon occhio la libertà estiva concessa ai ragazzi, che non ama, perché non se ne ricorda più, quella sensazione di ebbrezza che riempie al suono dell’ultima campanella dell’ultimo giorno di scuola.

In realtà ciò che mi guida è l’attenzione per questi nostri ragazzi perché ritengo che meritino di più e meglio di quanto offerto loro da uno stile di vita improntato alla sregolatezza, volto a lasciare trascorrere il tempo, e perché considero la libertà non come il semplice affrancamento dai vincoli della scuola e dello studio ma come la possibilità di compiere scelte significative per porsi obiettivi di valore.

Cosa possiamo dunque fare come genitori perché i nostri ragazzi possano limitare la loro dipendenza dagli strumenti digitali nel periodo delle vacanze estive?

Può aiutare attenersi a un programma di comportamento che possiamo ricordarci con l’acronimo ESORTA che sta per Esempio – Orari – Regole – Tempo – Attività.

1. ESEMPIO

Come genitori dobbiamo una volta di più dare il buon esempio. Comprensibilmente la nostra preoccupazione è quella che i ragazzi trascorrano troppo tempo “attaccati” a smartphone e consolle di videogiochi ma non dobbiamo dimenticarci che il problema spesso lo abbiamo anche noi: frequentemente siamo dipendenti dalla televisione o dal cellulare che scrutiamo per rispondere ai messaggi su Whatsapp, alle notifiche su Facebook o per controllare quella mail di lavoro che “proprio non può aspettare”.

Cerchiamo invece di posare all’ingresso di casa lo smartphone o, quantomeno, di istituire in casa delle aree “mobile-free per tutti, ad esempio la stanza da pranzo, in modo da privilegiare l’ascolto reciproco, il dialogo, la condivisione degli avvenimenti quotidiani di tutti i membri della famiglia.

2. ORARI

Importante stabilire, anche attraverso una ragionevole negoziazione basata sull’ascolto delle esigenze e sul dialogo, un calendario giornaliero e settimanale con gli orari di sveglia, pranzo, cena, tempo dedicato allo studio estivo, attività varie, orari di rientro serale per i ragazzi più grandi che escono a cena o più tardi. L’ordine che ne deriva riduce la noia e l’insoddisfazione che spesso sono alla base del ricorso agli strumenti digitali come mezzo per anestetizzare tali sensazioni di disagio.

Stabilire fin dall’inizio le conseguenze delle trasgressioni in modo che se queste avvengono, l’esito non abbia il sapore della punizione ma rappresenti un mero prevedibile effetto di un comportamento non allineato a quanto concordato.

3. REGOLE

Concordare con i ragazzi delle regole chiare riguardo a orari di utilizzo dei videogiochi. Particolarmente funzionale risulta l’automonitoraggio anziché il controllo esercitato da genitori, nonni, baby-sitter o altro.

Per riuscirci ho usato un semplice foglio opportunamente suddiviso in colonne: giorno | ora inizio | ora fine | cosa | chi. Ogni volta che uno dei miei figli accendeva la TV per guardarla o per giocare a un videogioco segnava l’orario di inizio così come segnava quello di fine al termine. Ciascuno di loro era così motivato a controllare da sé il tempo trascorso e responsabilizzato a rimanere nei tempi concordati.

4. TEMPO

Dobbiamo cercare di trascorrere più tempo insieme ai nostri figli investendo allo scopo i fine settimana ed eventuale altro tempo libero, svolgendo con loro delle attività piacevoli. Peraltro passare del tempo con i nostri figli non deve essere fonte di stress, normalmente non è necessario indagare attività particolari perché loro hanno solamente bisogno di stare accanto a  noi.

É necessario anche favorire le loro uscite con il gruppo di pari età soprattutto quando queste consistono nel trascorrere insieme delle giornate all’aperto e non necessariamente delle serate in discoteca o in qualche pub.

5. ATTIVITÀ COINVOLGENTI

É evidente che non è sufficiente dire ai nostri ragazzi “non stare fisso al cellulare” perché essi possano o vogliano obbedirci, è necessario proporre e offrire loro lo svolgimento di attività che li coinvolgano e li mettano alla prova. Fra queste possiamo segnalare, per il beneficio che apportano, in ragione dell’età dei ragazzi, i campi estivi e le attività di volontariato organizzato.

Se per i bambini e i preadolescenti i campi estivi, opportunamente scelti in base al sottostante progetto educativo, rappresentano una soluzione privilegiata, gli adolescenti possono essere invogliati a svolgere delle attività di volontariato. Dall’animazione degli stessi campi estivi per bambini alle varie iniziative delle associazioni no-profit, l’offerta generalmente è ben nutrita e variegata.

Svolgere delle attività di volontariato sotto la supervisione di adulti di riferimento adeguatamente formati e motivati consente ai ragazzi di crescere nella sicurezza di sé e nell’apertura all’altro.

Le attività svolte permettono ai ragazzi di diventare maggiormente consapevoli delle proprie capacità e potenzialità, incrementando il senso di autoefficacia e di autostima.

Assumersi dei compiti al di fuori della cornice familiare comporta inoltre una crescita in autonomia e in responsabilità e, in molti casi, l’acquisizione di valori che facilitano la loro ricerca di senso nella vita.

Come “disconnettere” i ragazzi: conclusioni

Il metodo ESORTA è semplice ma non facile, richiede da parte di noi genitori una forte motivazione, perseveranza, creatività e un atteggiamento di fondo di accoglienza dei nostri figli, per come sono realmente e non per come vorremmo che fossero. Se però riusciamo ad applicarlo può dare buoni risultati nella gran parte dei casi.

Lasciami un commento se questo metodo è parso utile anche a te oppure segnalami i punti che non ho considerato e che consideri fondamentali perché i ragazzi non stiano fissi al cellulare durante le vacanze estive.

 

 

“I miei genitori non mi ascoltano”

Una delle affermazioni più ricorrenti negli adolescenti quando si confidano con un adulto è “I miei genitori non mi ascoltano”, talvolta con la variante “I miei prof non mi ascoltano”.

genitori_figliL’ascolto è quanto mai importante perché ciascuno, e soprattutto un adolescente con le sue insicurezze, ha un bisogno connaturato di essere compreso, chiede di poter parlare a un interlocutore in grado di ascoltare e non soltanto di sentire.
Il figlio desidera che il genitore si interessi non solo a ciò che viene detto ma a ciò che esprime di sé nel raccontare determinati fatti o sensazioni.
Il figlio che avverte come il genitore stia prestando realmente attenzione a lui e a quello che sta dicendo, si sentirà importante, rispettato, compreso e amato perché meritevole di attenzione. Va da sé che il figlio si sentirà invogliato progressivamente a parlare e confidarsi con frequenza con il genitore. Il messaggio che passiamo è “Io sono qui e tu ne vali la pena”.

Possiamo invece assumere delle modalità di ascolto assolutamente inefficaci per realizzare una buona comunicazione:
ASCOLTO PASSIVO: Sentiamo le parole ma senza alcuna attenzione; succede quando ci lasciamo dominare dalla stanchezza, dall’impazienza, dall’irritazione. Di solito la mente vaga altrove, oppure facciamo qualcos’altro mentre sentiamo. Questo è un ascolto meramente rituale, nei fatti non vediamo l’ora che l’interlocutore finisca di parlare per essere liberi di andarsene.
ASCOLTO SELETTIVO: Ascoltiamo solo quello che ci interessa, solitamente ciò che concorda con le nostre convinzioni. Spesso ci si concentra su ciò che possiamo dire subito dopo per rispondere, talvolta si filtra il contenuto sulla base dei propri pregiudizi e con presunzione si attribuisce all’altro dei contenuti senza aspettare che abbia finito di esporli.
ASCOLTO AUTOREFERENZIALE: Si assume che al centro del discorso ci si sia sempre e solo noi, e questo si esplica con una duplice modalità. Da una parte ponendo come focus la nostra esperienza e il nostro passato; dall’altra interpretando ogni frase come un attacco rivolto a noi stessi.
Talora, animati di buone intenzioni, possiamo invece arrivare ad un ASCOLTO ATTIVO MA ANCORA SUPERFICIALE, prestando cioè attenzione solamente ai fatti narrati senza tentare di cogliere lo stato d’animo dell’interlocutore e quindi il significato profondo di ciò che ci viene comunicato.

Ciò che viene richiesto nella relazione genitore-figlio è invece un ASCOLTO ATTIVO, caratterizzato da:

  • assenza di giudizio (ascoltare richiede di sospendere almeno momentaneamente il giudizio, i pregiudizi infatti portano a non disporsi alla comprensione di quanto viene comunicato);
  • attenzione al contenuto verbale;
  • attenzione alla comunicazione para-verbale e non verbale, in maniera tale da decodificare anche il significato emotivo di ciò che il figlio sta raccontando. Nell’atteggiamento del figlio può nascondersi un disagio o una necessità che non sa esprimere.

Per raggiungere questo obiettivo il genitore può con profitto impiegare alcune modalità di ascolto efficace caratteristiche del metodo del Coaching basate su:
– il focus dell’ascolto incentrato sulla persona del figlio e sulla relazione instaurata con lui;
la curiosità, non l’inquisizione (desiderio di conoscenza, non di controllo);
– la posizione “meta” dell’ascolto, contraddistinta da una comprensione piena del figlio cercando di evitare un eccessivo coinvolgimento per non perdere la lucidità necessaria a svolgere il proprio compito di accompagnamento.
Questa meta-distanza non è sempre di facile attuazione ma è un passo imprescindibile per il raggiungimento di quella posizione empatica così importante per il figlio che talvolta può avere la necessità di avvertire una vicinanza emotivo-affettiva.

L’impiego di queste modalità consentirà al genitore di non lasciarsi trascinare sul piano tipico dell’adolescente, quello della contrapposizione emotiva, e di rimanere invece sul piano sereno della razionalità, evitando lo scontro verbale infarcito di risentimenti e colpevolizzazioni.

L’atteggiamento di ascolto efficace da parte di un genitore può avvalersi con profitto di alcuni strumenti:

  • Il silenzio, cioè la capacità di saper non interrompere il figlio nel momento in cui si confida. Il silenzio è parte integrante della comunicazione, rappresenta uno degli aspetti legati alla comunicazione paraverbale. É uno strumento volto all’ascolto attivo del figlio, alla stimolazione del suo pensiero lasciandogli il suo spazio di riflessione.
  • Le domande soprattutto aperte perché capaci di favorire l’esplorazione e l’approfondimento (rispetto alle domande chiuse e a doppia scelta): “Rispetto a questo, quali sono le tue priorità oggi?”, “É veramente ciò che vuoi?”, “Cosa provi riguardo a questo?”, “Tu come pensi di fare ora?”. Rafforzate da avverbi di modo (concretamente, veramente, assolutamente, esattamente, davvero, sicuro, proprio, affatto) e avverbi di tempo (ora – subito, mai – sempre, oggi – domani …).
  • I feedback d’ascolto o restituzioni, quanto mai importanti per cercare di chiarire cosa il figlio sta dicendo e assicurarsi che ci sia piena comprensione: “Mi stai dicendo quindi che…”, “Se ho capito bene, secondo te…”. Allo stesso tempo rassicurano il figlio che stiamo ascoltando con attenzione e siamo interessati a quanto ci sta dicendo.