Incontro per genitori: Educare all’affettività

Un incontro per genitori di figli preadolescenti e adolescenti, su un tema quanto mai importante in ambito educativo.
Insieme alla dr.ssa Teresa Zucchi, medico psichiatra e psicoterapeuta, affronteremo le principali tematiche inerenti l’argomento: sessualità e dimensioni della persona umana, clima socio-culturale contemporaneo, linee guida per l’educazione all’affettività.

QUANDO
Sabato 15 dicembre 2018 ore 16.00-17.30

DOVE
A Firenze, presso l’Accademia dei Ponti in via Trieste 25

Corso “Adolescenza: istruzioni per l’uso”

👉 Iscrizioni aperte fino al 15 dicembre per il corso ADOLESCENZA: ISTRUZIONI PER L’USO.

Spesso è complesso comunicare con i ragazzi durante la delicata fase dell’adolescenza. Occorre modificare l’atteggiamento finora tenuto ed iniziare ad instaurare un nuovo rapporto. Il corso si propone di fornire gli strumenti necessari per porsi “alla giusta distanza”, illustrare come accendere la motivazione e aiutare l’adolescente a diventare e realizzare se stesso.
Gli incontri sono rivolti a genitori, docenti e altri educatori.

 ISCRIZIONE ONLINE al link https://bit.ly/adolescenzaistruzioni.

Per informazioni e aiuto nell’iscrizione contattare gli organizzatori:

dr.ssa Teresa Zucchi 3486048552 zucchiteresa@gmail.com
FB Dr. Teresa Zucchi – Medico Psichiatra e Psicoterapeuta

Giulio Mazzetti giuliomazzetti.coach@gmail.com
FB Giulio Mazzetti Teen & Life Coach

Perché il calcio non può bastare

[Tempo di lettura: 4,5 minuti]

Anni fa, ad un convegno ascoltai un educatore dire durante il suo intervento che quando un ragazzo a 13/14 anni ha per interesse solo il calcio deve scattare un “campanello d’allarme” per i genitori.
Sul momento non compresi il senso dell’affermazione: mi piaceva il calcio, ambedue i miei figli maschi lo praticavano in una squadra giovanile, io ero dirigente accompagnatore della stessa.

Nel tempo, l’attività svolta come direttore e formatore al Club Prato Boys e al Polis Club, e il conseguente confronto frequente con i bambini e i ragazzi, alcuni particolarmente impegnati nella pratica sportiva, mi ha fatto comprendere appieno il senso di quanto avevo ascoltato.

Lo sport ha sicuramente, almeno in potenza, la capacità di veicolare tutta una serie di valori positivi (impegno, spirito di squadra, rispetto, lealtà, competizione, dedizione, spirito di sacrificio, altruismo…) ma molte volte, e nel calcio giovanile più che in altre discipline, l’attenzione prematura al solo risultato, la forte tensione agonistica a scapito dell’aspetto più propriamente ludico, rappresentano un ostacolo per la considerazione puntuale delle prioritarie necessità educative dei ragazzi.

Fra queste una delle più penalizzate è lo sviluppo della capacità di costruirsi delle relazioni significative di amicizia.

Nell’infanzia i bambini si cercano per giocare, per farsi compagnia, per soddisfare una serie di bisogni primari che fanno sì che un bambino nutra naturalmente simpatia verso coloro che li soddisfano meglio e che lo valorizzano e, viceversa, antipatie verso coloro che non rispondono adeguatamente a questi bisogni.

Con la pre-adolescenza e l’adolescenza inizia invece a strutturarsi un nuovo assetto di amicizia che va oltre l’essere “compagni di gioco” tipico dell’età infantile. Il gruppo dei pari età diventa il riferimento primario per i ragazzi in alternativa a quello genitoriale. rappresentando la matrice, il “brodo primordiale” da cui possono successivamente svilupparsi le vere amicizie.

Lo spiega bene lo scrittore C.S. Lewis: «L’amicizia nasce dal semplice cameratismo quando due o più compagni scoprono di avere un’idea, un interesse o anche soltanto un gusto, che gli altri non condividono e che, fino a quel momento, ciascuno di loro considerava un suo esclusivo tesoro. 
La frase con cui di solito comincia un’amicizia è qualcosa di questo genere: ”Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico…”.» (I quattro amori)

Il fatto di andare nella stessa scuola, di frequentare lo stesso ambiente, di praticare lo stesso sport, ecc. non comporta necessariamente l’amicizia. Chiunque condivida determinate esperienze rappresenta un compagno, ma soltanto chi, oltre a questo, avrà qualche altra cosa in comune diventerà realmente un amico.

Chi non possiede nulla non può dividere nulla; chi non sta andando da nessuna parte non può avere compagni di viaggio. (C.S. Lewis)

La meta o visione che accomuna gli amici non può essere il calcio, questo non ha la capacità di rappresentare il “punto di fuga” all’orizzonte verso cui possono convergere gli sguardi degli amici, perpetua solamente un modo di stare insieme infantile, da compagni di gioco.

Giocare a calcio infatti è un “fare insieme” qualcosa, non è cogliere quell’essenziale che è invisibile agli occhi (cfr Il Piccolo Principe) che rende l’amicizia qualcosa di più e di più profondo.
Fare insieme qualcosa, in questo caso praticare uno sport, aiuta a socializzare ma rende per sua natura solo compagni; l’amicizia, pur richiedendo la frequentazione, non è questo: si basa sul sentire e pensare insieme qualcosa e in questa condivisione differenziarsi dal resto dei compagni.
Questa visione comune, che guida il cammino fianco a fianco degli amici, porta nel tempo a sviluppare una profonda conoscenza e affetto reciproci tanto che l’amicizia si caratterizza inoltre per la benevolenza intesa nello stretto senso etimologico della parola: volere il bene dell’amico.

Come si esce da questo?

1) Innanzitutto sapendo ascoltare il “campanello di allarme” che può risuonare in determinate occasioni. Ascoltare un figlio che parla solo ed esclusivamente di calcio, di calciatori, di partite, di formazioni, di allenamenti, di fantacalcio… rappresenta per un genitore il “primo canto del gallo”: non bisogna arrivare al secondo.

2) Può essere opportuno iniziare un disinvestimento riguardo la riuscita agonistica di proprio figlio: siamo realmente sicuri che giocare bene a calcio, avere il posto da titolare nella squadretta più o meno blasonata della nostra città, partecipare al campionato regionale anziché provinciale…, sia ciò che più serve alla maturazione umana di nostro figlio?
O piuttosto è qualcosa che soddisfa una nostra aspettativa, che gratifica noi stessi per un risultato che magari non siamo stati in grado di raggiungere a suo tempo oppure che ci attribuisce un certo status nella nostra cerchia di amici?

3) É necessario adoperarsi a partire dall’infanzia e, sicuramente dalla pre-adolescenza, per favorire occasioni che possano suscitare nel ragazzo altri interessi e passioni senza abbattersi per probabili insuccessi. Sarà un processo lungo e faticoso, costellato magari da numerosi fallimenti. Ci sarà richiesto di uscire dalla nostra “comfort zone” e dedicare tempo di qualità e in quantità per svolgere attività con nostro figlio o per consentirgli di compiere determinate esperienze alternative.

Solo la passione smodata per il calcio può avere questi effetti collaterali?
Evidentemente no: ogniqualvolta la pratica sportiva, sia essa calcio, rugby, basket, ginnastica, nuoto, tennis, pallanuoto…, travalica la propria funzione, relativa, per diventare un assoluto cui sacrificare ogni altra possibilità di scoprire passioni alternative in ambiti diversi, si corre il rischio di limitare la capacità di sviluppare in futuro nel ragazzo profonde e significative relazioni amicali.

Fortunatamente esistono anche (rare) società calcistiche giovanili dove viene posta attenzione agli aspetti educativi del bambino o ragazzo prima ancora del raggiungimento di risultati sportivi di eccellenza, e dove magari i loro sforzi sono frustrati invece dalla mancanza di sensibilità educativa dei genitori che si accaniscono riguardo alla sola riuscita calcistica dei loro “campioncini” in erba. Si trovano “mister” interessati a insegnare calcio facendo divertire i bambini, distaccandoli dall’attenzione ai soli risultati sportivi privilegiando la relazione fra loro e con gli adulti di riferimento. Ma non sono la maggioranza e comunque ciò non è sufficiente se manca la dovuta attenzione alle necessità educative dei propri figli da parte di noi genitori.

Attenzione: non voglio sostenere che il calcio, e la pratica sportiva in generale, non abbiano una loro importanza nello sviluppo psicofisico dei nostri figli. Tutt’altro. Sottolineo unicamente il rischio che diventi un’esperienza esclusiva, “totalizzante” e che privi i ragazzi della sperimentazione in altre attività, in ambiti alternativi allo sport. La formazione umana non si può limitare alla sola pratica sportiva.
Nell’infanzia e nell’adolescenza è infatti di fondamentale importanza la sperimentazione continua, talvolta incoerente, che permette di scoprire interessi, propensioni, possibilmente passioni. Le stesse che potranno non solo favorire la nascita e il consolidamento di vere amicizie con coloro che vibrano per le stesse “visioni” ma anche guidare il ragazzo verso la propria realizzazione futura, a trovare “il suo posto nel mondo”.

 

É finita la scuola… e adesso?

[Tempo di lettura: 2,8 minuti]

La scuola è finita per quasi tutti i nostri ragazzi, anche per gli esaminandi di III media e V superiore le prove giungeranno presto al termine. Noi genitori di figli preadolescenti e adolescenti siamo quindi alle prese con il consueto dubbio relativo a cosa sia meglio fare per loro nel periodo estivo.

Le vacanze rappresentano sicuramente un periodo di riposo che serve a prendersi cura di sé, a rigenerarsi dai lunghi e impegnativi mesi di scuola ma può rappresentare anche l’occasione per mettersi in gioco sotto altri aspetti, per acquisire maggiore consapevolezza delle proprie capacità e potenzialità, e rafforzare la propria autoefficacia e autostima.

Come genitori è fondamentale che prestiamo cura che i nostri ragazzi, pur nel dovuto relax, mantengano o rafforzino dei corretti stili di vita, che conducano attività all’aria aperta privilegiando il movimento e che si alimentino in maniera sana e regolare.

Dobbiamo però evitare di voler pianificare tutte le attività quotidiane dei nostri figli. La loro vita è già fin troppo scandita da orari predefiniti dovuti alla scuola, alle attività sportive e ad altre attività extra-scolastiche cui li iscriviamo pensando di agire per il loro bene. É invece necessario che i nostri ragazzi crescano in autonomia e responsabilità e questo richiede loro un allenamento a sapersi organizzare le giornate senza che lo facciamo noi per loro. Il nostro aiuto, se richiesto, può essere importante per aiutarli a crescere sotto questo aspetto se invece di fornire loro soluzioni già pronte e confezionate li aiutiamo, con opportune domande, a fare chiarezza su cosa piacerebbe loro fare in base alle proprie attitudini, quali esperienze vivere…

Anche la progettazione della vacanza estiva fuori dal proprio ambiente quotidiano richiede un impegno di studio da parte di noi genitori per evitare che i ragazzi più grandi si adagino su una piatta sequenza di “dormire fino a tardi / spiaggia / aperitivo / cena / tirar mattina nei locali”.

Forse i nostri adolescenti si meritano qualcosa di più e di meglio di questa routine banale e controproducente. Altrimenti non lamentiamoci che abbiano poi per miti viveur alla Gianluca Vacchi e Dan Bilzerian, calciatori milionari oppure youtubber “buoni a nulla ma capaci di tutto”.

Ma i miei figli vogliono questo” qualcuno potrebbe obiettare, ma non è del tutto vero perché sono i nostri ragazzi  a voler essere stimolati.

Un’interessante ricerca del 2017 promossa dall’agenzia Espresso Communication per FourStars (società accreditata dal ministero del Lavoro e specializzata nei tirocini formativi), e condotta su un campione di circa 1.400 giovani (18-29 anni), ha rivelato che ben “il 72% dei giovani ammette che sarebbe disposto a rinunciare alle vacanze da ‘viveur’, per dedicarsi invece ad esperienze formative in giro per il mondo.”

Certo a questo si arriva se alleniamo i nostri ragazzi a partire dalla preadolescenza a delle vacanze non impostate solamente sul “dolce far niente”.

Un tale cambiamento richiede però che per primi siamo noi genitori a voler cambiare atteggiamento, a uscire dalla nostra comfort zone impostando delle vacanze estive di famiglia imperniate su attività esperienziali che possono giungere da escursioni, visite in città d’arte, viaggi in altri paesi, possibilmente aggregandosi a famiglie amiche con figli e figlie di età analoghe ai nostri.

Altre proposte formative da offrire ai nostri ragazzi, tenendo conto evidentemente delle diverse fasce di età, possono riguardare i campi estivi magari in località in mezzo alla natura, le attività di volontariato con coetanei anche in altri paesi, le vacanze-studio all’estero purché seriamente organizzate.

Dobbiamo renderci conto che delle vacanze estive proficue per lo sviluppo fisico, psicologico ed emotivo dei nostri bambini e ragazzi non possono essere improvvisate ma richiedono una volta di più che dedichiamo del tempo di qualità a quella che è la nostra occupazione più importante: l’educazione dei figli.

 

Adolescenza e rapporto genitori-figli, al via tre corsi organizzati dal Comune

da Notizie di Prato edizione 12.09.2017

Le iniziative rientrano nel programma dei corsi di cultura generale e c’è tempo fino al 15 settembre per iscriversi.

É il 15 settembre il termine delle iscrizioni ai corsi di cultura generale organizzati dal Comune di Prato. Ultimi giorni disponibili quindi per orientarsi tra le tante proposte e possibilità di informazione e formazione.
Tra le varie opportunità, anche tre corsi dove si torna a parlare di adolescenza come sfida e opportunità. Periodo in cui, dato il contesto e i tempi attuali, risultano particolarmente utili condivisione e aggiornamento.

Il corso “Io sono qui e tu ne vali la pena” offre suggerimenti per porsi “alla giusta distanza”, gestire crisi emotive, fronteggiare l ‘apatia e l’eventuale disimpegno di alcuni giovani dal contesto reale. Condotto in quattro serate da Teresa Zucchi, psichiatra e psicoterapeuta, già conosciuta dai nostri lettori per la rubrica “I nostri ragazzi e dintorni”  e Giulio Mazzetti, teen e life coach. Per iscrizioni digitare il link http://bit.ly/corso_2tzgm.

Con “Se può sognarlo può farlo” condotto da Giulio Mazzetti saremo guidati allo scoperta delle risorse e potenzialità dei nostri ragazzi per stimolarne la motivazione ed aiutarli a diventare e realizzare se stessi. Per iscrizione digitare il link http://bit.ly/corso_1gm.

Infine uno stimolo per approfondire la conoscenza di noi stessi e del nostro stile genitoriale a partire dalla nostra storia familiare con il corso dal titolo “Di madre in figlia” condotto da Teresa Zucchi e Cecilia Magni, counselor. Per iscrizione digitare http://bit.ly/corso_1tz. Perché i figli che siamo stati riecheggiano nei genitori che saremo.

Nuova edizione del corso “Io sono qui e tu ne vali la pena”

 Sono aperte le iscrizioni alla nuova edizione del corso “Io sono qui e tu ne vali la pena”
Non è facile comunicare con gli adolescenti. Il corso si propone di fornire gli strumenti necessari per porsi “alla giusta distanza”, illustrare come accendere la motivazione e aiutare l’adolescente a diventare e realizzare se stesso.

 per informazioni contattaci qui oppure scrivi a giuliomazzetti.coach@gmail.com

 Iscrizioni online al seguente link http://bit.ly/corso_2tzgm entro il 15 settembre (corso a numero chiuso)

La scuola è finita. 5 punti per aiutare i ragazzi a trascorrere il tempo libero senza stare sempre connessi al cellulare.

Troppe vacanze che durano troppo a lungo, troppi film, troppa televisione, troppi videogame, troppo tempo libero indisciplinato a poco a poco rovinano una vita. L’unico risultato garantito è che le capacità dell’individuo restano inattive, i talenti non si sviluppano, la mente e lo spirito diventano letargici e il cuore è insoddisfatto.

(Stephen Covey)

Questa citazione mi ha sempre colpito, perlomeno da quando come genitore mi sono imbattuto nel problema comune a molti di dover affrontare e gestire l’inizio delle vacanze estive dei figli.

La fine della scuola e l’inizio delle vacanze possono infatti suscitare in famiglia dei sentimenti contrastanti: all’entusiasmo dei ragazzi si contrappone talvolta la preoccupazione dei genitori per come trascorreranno il loro tempo libero accresciuto a dismisura.

Se riconosciamo giustamente loro il diritto e la necessità di riposare e ritemprarsi dalle fatiche dei mesi di scuola, temiamo però che il periodo estivo si tramuti in un tempo di dissipazione delle buone abitudini di ordine e laboriosità acquisite, più o meno a forza, durante l’anno scolastico. La mancanza di impegni definiti consente infatti loro di ritardare la sveglia al mattino e posticipare notevolmente il necessario riposo notturno.

Ancora di più però ci preoccupa vedere i nostri ragazzi sempre curvi su smartphone e tablet per rimanere in contatto con gli amici attraverso Whatsapp o i vari social network. Non è raro inoltre che trascorrano ore sul divano a seguire serie televisive o impegnati in interminabili videogiochi.

Tutto questo avviene mentre per noi genitori non è cambiato alcunché nei nostri ritmi e impegni ordinari e ciò comporta che facilmente si vengano a creare momenti di tensione, caratterizzati da discussioni e minacce di punizioni.

Ecco, direte voi, il solito genitore antiquato che non vede di buon occhio la libertà estiva concessa ai ragazzi, che non ama, perché non se ne ricorda più, quella sensazione di ebbrezza che riempie al suono dell’ultima campanella dell’ultimo giorno di scuola.

In realtà ciò che mi guida è l’attenzione per questi nostri ragazzi perché ritengo che meritino di più e meglio di quanto offerto loro da uno stile di vita improntato alla sregolatezza, volto a lasciare trascorrere il tempo, e perché considero la libertà non come il semplice affrancamento dai vincoli della scuola e dello studio ma come la possibilità di compiere scelte significative per porsi obiettivi di valore.

Cosa possiamo dunque fare come genitori perché i nostri ragazzi possano limitare la loro dipendenza dagli strumenti digitali nel periodo delle vacanze estive?

Può aiutare attenersi a un programma di comportamento che possiamo ricordarci con l’acronimo ESORTA che sta per Esempio – Orari – Regole – Tempo – Attività.

1. ESEMPIO

Come genitori dobbiamo una volta di più dare il buon esempio. Comprensibilmente la nostra preoccupazione è quella che i ragazzi trascorrano troppo tempo “attaccati” a smartphone e consolle di videogiochi ma non dobbiamo dimenticarci che il problema spesso lo abbiamo anche noi: frequentemente siamo dipendenti dalla televisione o dal cellulare che scrutiamo per rispondere ai messaggi su Whatsapp, alle notifiche su Facebook o per controllare quella mail di lavoro che “proprio non può aspettare”.

Cerchiamo invece di posare all’ingresso di casa lo smartphone o, quantomeno, di istituire in casa delle aree “mobile-free per tutti, ad esempio la stanza da pranzo, in modo da privilegiare l’ascolto reciproco, il dialogo, la condivisione degli avvenimenti quotidiani di tutti i membri della famiglia.

2. ORARI

Importante stabilire, anche attraverso una ragionevole negoziazione basata sull’ascolto delle esigenze e sul dialogo, un calendario giornaliero e settimanale con gli orari di sveglia, pranzo, cena, tempo dedicato allo studio estivo, attività varie, orari di rientro serale per i ragazzi più grandi che escono a cena o più tardi. L’ordine che ne deriva riduce la noia e l’insoddisfazione che spesso sono alla base del ricorso agli strumenti digitali come mezzo per anestetizzare tali sensazioni di disagio.

Stabilire fin dall’inizio le conseguenze delle trasgressioni in modo che se queste avvengono, l’esito non abbia il sapore della punizione ma rappresenti un mero prevedibile effetto di un comportamento non allineato a quanto concordato.

3. REGOLE

Concordare con i ragazzi delle regole chiare riguardo a orari di utilizzo dei videogiochi. Particolarmente funzionale risulta l’automonitoraggio anziché il controllo esercitato da genitori, nonni, baby-sitter o altro.

Per riuscirci ho usato un semplice foglio opportunamente suddiviso in colonne: giorno | ora inizio | ora fine | cosa | chi. Ogni volta che uno dei miei figli accendeva la TV per guardarla o per giocare a un videogioco segnava l’orario di inizio così come segnava quello di fine al termine. Ciascuno di loro era così motivato a controllare da sé il tempo trascorso e responsabilizzato a rimanere nei tempi concordati.

4. TEMPO

Dobbiamo cercare di trascorrere più tempo insieme ai nostri figli investendo allo scopo i fine settimana ed eventuale altro tempo libero, svolgendo con loro delle attività piacevoli. Peraltro passare del tempo con i nostri figli non deve essere fonte di stress, normalmente non è necessario indagare attività particolari perché loro hanno solamente bisogno di stare accanto a  noi.

É necessario anche favorire le loro uscite con il gruppo di pari età soprattutto quando queste consistono nel trascorrere insieme delle giornate all’aperto e non necessariamente delle serate in discoteca o in qualche pub.

5. ATTIVITÀ COINVOLGENTI

É evidente che non è sufficiente dire ai nostri ragazzi “non stare fisso al cellulare” perché essi possano o vogliano obbedirci, è necessario proporre e offrire loro lo svolgimento di attività che li coinvolgano e li mettano alla prova. Fra queste possiamo segnalare, per il beneficio che apportano, in ragione dell’età dei ragazzi, i campi estivi e le attività di volontariato organizzato.

Se per i bambini e i preadolescenti i campi estivi, opportunamente scelti in base al sottostante progetto educativo, rappresentano una soluzione privilegiata, gli adolescenti possono essere invogliati a svolgere delle attività di volontariato. Dall’animazione degli stessi campi estivi per bambini alle varie iniziative delle associazioni no-profit, l’offerta generalmente è ben nutrita e variegata.

Svolgere delle attività di volontariato sotto la supervisione di adulti di riferimento adeguatamente formati e motivati consente ai ragazzi di crescere nella sicurezza di sé e nell’apertura all’altro.

Le attività svolte permettono ai ragazzi di diventare maggiormente consapevoli delle proprie capacità e potenzialità, incrementando il senso di autoefficacia e di autostima.

Assumersi dei compiti al di fuori della cornice familiare comporta inoltre una crescita in autonomia e in responsabilità e, in molti casi, l’acquisizione di valori che facilitano la loro ricerca di senso nella vita.

Come “disconnettere” i ragazzi: conclusioni

Il metodo ESORTA è semplice ma non facile, richiede da parte di noi genitori una forte motivazione, perseveranza, creatività e un atteggiamento di fondo di accoglienza dei nostri figli, per come sono realmente e non per come vorremmo che fossero. Se però riusciamo ad applicarlo può dare buoni risultati nella gran parte dei casi.

Lasciami un commento se questo metodo è parso utile anche a te oppure segnalami i punti che non ho considerato e che consideri fondamentali perché i ragazzi non stiano fissi al cellulare durante le vacanze estive.

 

 

“I miei genitori non mi ascoltano”

Una delle affermazioni più ricorrenti negli adolescenti quando si confidano con un adulto è “I miei genitori non mi ascoltano”, talvolta con la variante “I miei prof non mi ascoltano”.

genitori_figliL’ascolto è quanto mai importante perché ciascuno, e soprattutto un adolescente con le sue insicurezze, ha un bisogno connaturato di essere compreso, chiede di poter parlare a un interlocutore in grado di ascoltare e non soltanto di sentire.
Il figlio desidera che il genitore si interessi non solo a ciò che viene detto ma a ciò che esprime di sé nel raccontare determinati fatti o sensazioni.
Il figlio che avverte come il genitore stia prestando realmente attenzione a lui e a quello che sta dicendo, si sentirà importante, rispettato, compreso e amato perché meritevole di attenzione. Va da sé che il figlio si sentirà invogliato progressivamente a parlare e confidarsi con frequenza con il genitore. Il messaggio che passiamo è “Io sono qui e tu ne vali la pena”.

Possiamo invece assumere delle modalità di ascolto assolutamente inefficaci per realizzare una buona comunicazione:
ASCOLTO PASSIVO: Sentiamo le parole ma senza alcuna attenzione; succede quando ci lasciamo dominare dalla stanchezza, dall’impazienza, dall’irritazione. Di solito la mente vaga altrove, oppure facciamo qualcos’altro mentre sentiamo. Questo è un ascolto meramente rituale, nei fatti non vediamo l’ora che l’interlocutore finisca di parlare per essere liberi di andarsene.
ASCOLTO SELETTIVO: Ascoltiamo solo quello che ci interessa, solitamente ciò che concorda con le nostre convinzioni. Spesso ci si concentra su ciò che possiamo dire subito dopo per rispondere, talvolta si filtra il contenuto sulla base dei propri pregiudizi e con presunzione si attribuisce all’altro dei contenuti senza aspettare che abbia finito di esporli.
ASCOLTO AUTOREFERENZIALE: Si assume che al centro del discorso ci si sia sempre e solo noi, e questo si esplica con una duplice modalità. Da una parte ponendo come focus la nostra esperienza e il nostro passato; dall’altra interpretando ogni frase come un attacco rivolto a noi stessi.
Talora, animati di buone intenzioni, possiamo invece arrivare ad un ASCOLTO ATTIVO MA ANCORA SUPERFICIALE, prestando cioè attenzione solamente ai fatti narrati senza tentare di cogliere lo stato d’animo dell’interlocutore e quindi il significato profondo di ciò che ci viene comunicato.

Ciò che viene richiesto nella relazione genitore-figlio è invece un ASCOLTO ATTIVO, caratterizzato da:

  • assenza di giudizio (ascoltare richiede di sospendere almeno momentaneamente il giudizio, i pregiudizi infatti portano a non disporsi alla comprensione di quanto viene comunicato);
  • attenzione al contenuto verbale;
  • attenzione alla comunicazione para-verbale e non verbale, in maniera tale da decodificare anche il significato emotivo di ciò che il figlio sta raccontando. Nell’atteggiamento del figlio può nascondersi un disagio o una necessità che non sa esprimere.

Per raggiungere questo obiettivo il genitore può con profitto impiegare alcune modalità di ascolto efficace caratteristiche del metodo del Coaching basate su:
– il focus dell’ascolto incentrato sulla persona del figlio e sulla relazione instaurata con lui;
la curiosità, non l’inquisizione (desiderio di conoscenza, non di controllo);
– la posizione “meta” dell’ascolto, contraddistinta da una comprensione piena del figlio cercando di evitare un eccessivo coinvolgimento per non perdere la lucidità necessaria a svolgere il proprio compito di accompagnamento.
Questa meta-distanza non è sempre di facile attuazione ma è un passo imprescindibile per il raggiungimento di quella posizione empatica così importante per il figlio che talvolta può avere la necessità di avvertire una vicinanza emotivo-affettiva.

L’impiego di queste modalità consentirà al genitore di non lasciarsi trascinare sul piano tipico dell’adolescente, quello della contrapposizione emotiva, e di rimanere invece sul piano sereno della razionalità, evitando lo scontro verbale infarcito di risentimenti e colpevolizzazioni.

L’atteggiamento di ascolto efficace da parte di un genitore può avvalersi con profitto di alcuni strumenti:

  • Il silenzio, cioè la capacità di saper non interrompere il figlio nel momento in cui si confida. Il silenzio è parte integrante della comunicazione, rappresenta uno degli aspetti legati alla comunicazione paraverbale. É uno strumento volto all’ascolto attivo del figlio, alla stimolazione del suo pensiero lasciandogli il suo spazio di riflessione.
  • Le domande soprattutto aperte perché capaci di favorire l’esplorazione e l’approfondimento (rispetto alle domande chiuse e a doppia scelta): “Rispetto a questo, quali sono le tue priorità oggi?”, “É veramente ciò che vuoi?”, “Cosa provi riguardo a questo?”, “Tu come pensi di fare ora?”. Rafforzate da avverbi di modo (concretamente, veramente, assolutamente, esattamente, davvero, sicuro, proprio, affatto) e avverbi di tempo (ora – subito, mai – sempre, oggi – domani …).
  • I feedback d’ascolto o restituzioni, quanto mai importanti per cercare di chiarire cosa il figlio sta dicendo e assicurarsi che ci sia piena comprensione: “Mi stai dicendo quindi che…”, “Se ho capito bene, secondo te…”. Allo stesso tempo rassicurano il figlio che stiamo ascoltando con attenzione e siamo interessati a quanto ci sta dicendo.