I Hope, I Think, I Know… un percorso di coaching

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Stavo riascoltando uno dei miei brani preferiti degli Oasis quando l’attenzione si è focalizzata sul titolo “I Hope, I Think, I Know” scandito più volte nel corso del pezzo. Mi è sembrato che potesse sintetizzare in maniera plastica tre fasi cruciali di un tipico percorso di coaching.

Il ricorso ad un coach generalmente avviene in un momento di stasi della propria vita, di vero e proprio “blocco”, quando si percepisce incertezza, talvolta confusione, riguardo a come muoversi, e  la situazione sembra immutabile, in attesa di un indefinito “qualcosa” che deve avvenire ma senza che possiamo esercitare alcun controllo su di esso, completamente esterno a noi. É evidente come una tale sensazione provochi facilmente insoddisfazione, spesso vera e propria sofferenza.

La fase iniziale del coaching è volta all’esplorazione del presente percepito dal coachee (il cliente del coach) e tenderà a sviluppare in lui, sin dal primo momento, la consapevolezza di sé, riguardo alle proprie capacità, attitudini, potenzialità, e nello stesso tempo, del contesto in cui agisce e delle relazioni che ha posto in essere.

I HOPE

Questa crescita in consapevolezza inizierà a far percepire al coachee un “movimento” iniziale verso il miglioramento o cambiamento della propria situazione. L’effetto più rilevante di questa fase iniziale è proprio l’accensione della SPERANZA intesa come presa di coscienza, certezza che gli aspetti negativi della propria situazione sono contingenti, non sono pertanto né pervasivi, né permanenti.

Pervasività e permanenza del negativo sono i due aspetti cognitivi che caratterizzano infatti la disperazione, ovvero l’assenza di speranza, che provoca uno stato di sofferenza dovuto all’incapacità (perlopiù presunta) di agire attivamente per fronteggiare le avversità. In tal senso, la permanenza attiene alla considerazione che gli aspetti negativi siano immutabili, costanti nel tempo. La pervasività consiste invece nella generalizzazione degli aspetti negativi: nell’assenza di speranza si tende  a estendere la negatività a tutti gli ambiti della propria vita.

La persona che non si arrende mai, “resiliente”, tende invece sempre a collocare gli aspetti negativi in un tempo e in un ambito specifico della propria situazione, a limitarli cioè in estensione e profondità.

I THINK

L’accresciuta consapevolezza di sé e del contesto in cui agisce, unitamente alla rinnovata speranza, permette al coachee di sviluppare un nuovo PENSIERO e delineare un proprio futuro desiderato che prima risultava impossibile individuare avvolto nelle nebbie del proprio presente ritenuto, a torto, immutabile.

Ecco allora che grazie al lavoro su se stessi, iniziano a dispiegarsi sogni e ambizioni che il coachee sente risuonare dentro di sé perché coerenti con i propri ideali, armonici con la propria identità, allineati con il proprio contesto e le proprie relazioni.

Rimane ancora concreta la possibilità che tali sogni rimangano semplicemente tali in attesa di eventi esterni perpetuando uno stato di passività nel coachee di fronte agli avvenimenti che lo riguardano. In questa fase è di conseguenza opportunamente sviluppata l’autoefficacia, cioè la percezione della capacità di conseguire determinati traguardi sulla base delle proprie capacità, che è una delle due dimensioni che alimentano l’automotivazione, l’altra essendo la capacità volitiva, anch’essa allenata costantemente nello svolgersi del percorso di coaching.

“Se le persone non credessero di poter produrre con le loro azioni gli effetti che desiderano, avrebbero pochi stimoli ad agire” (Albert Bandura)

I KNOW

Il sogno, il desiderio hanno il potere di modificare la realtà ma nel senso dell’ “essere in potenza”: il desiderare di per sé non rappresenta ancora l’azione mancando l’atto di volontà. Il sogno è una condizione necessaria ma non sufficiente perché si possa raggiungere il proprio futuro desiderato, può rimanere infatti un’idea astratta, senza tramutarsi effettivamente in un cambiamento concreto della propria situazione.

Se i sogni permangono in questo stato inattivo alla lunga deludono, devono trasformarsi necessariamente in azione per dare soddisfazione al coachee. Diventano fonti di appagamento reale e non semplici “fantasticherie” quando si trasformano in obiettivi. L’obiettivo è il sogno in azione, laddove il sogno rappresenta l’obiettivo in potenza.

“La differenza tra un sogno e un obiettivo è semplicemente una data” (Walt Disney)

Il dispiegarsi del percorso di coaching può consentire al coachee di arrivare a CONOSCERE il proprio obiettivo: il futuro desiderato si traduce in tal caso in qualcosa di concreto, specifico, misurabile, coerente con i propri valori e misurato sulle proprie potenzialità e competenze, collocato in un ambito temporale ben definito.

“Si conosce solo ciò che si ama” (Sant’Agostino)

Da questo momento in poi sarà un piano d’azione elaborato dal coachee in autonomia e responsabilità, con il supporto del coach, a guidare ogni passo nel cammino di avvicinamento al proprio obiettivo attraverso il raggiungimento dei traguardi intermedi convenientemente collocati lungo il percorso.

Ma questa è ancora un’altra canzone 😉

Giovedì 11 maggio: seminario ” Vincere la sfida del cambiamento”

VINCERE LA SFIDA DEL CAMBIAMENTO – Il Coaching come allenamento e risorsa

SEMINARIO DIVULGATIVO a ingresso gratuito

GIOVEDI 11 MAGGIO ore 19.30
ART HOTEL MUSEO (Viale della Repubblica 289, Prato)

PROGRAMMA:

19.00 Registrazione partecipanti
19.30 Apericena di benvenuto
21.00 Apertura lavori
Introduzione a cura di SARA BODIO, Coach, Responsabile Coaching Club Umbria-Toscana, Vice responsabile comunicazione AICP – Associazione Italiana Coach Professionisti

a seguire
IL CAMBIAMENTO SECONDO ME“,  Giacomo Gazzari, Business Coach
ADOLESCENZA E CAMBIAMENTO – Il Coach come alleato“, Giulio Mazzetti, Teen & Life Coach
IL CAMBIAMENTO É UN’IMPRESA – Il Coach come allenatore“, Paolo Lorenzo Salvi, Business Coach
CAMBIAMENTO CHE SIGNIFICA“, Enrico Scaccini, Business Coach

Iscrizione su www.eventbrite.it oppure per email a toscana@associazionecoach.com o giuliomazzetti.coach@gmail.com
Info: 3290522898 (orari ufficio)

 

Coaching ed educazione

Il Coaching affonda le sue radici più remote nell’arte maieutica cioè nel metodo dialogico del filosofo Socrate che si proponeva di “trarre fuori” dall’allievo a modo di levatrice, attraverso una progressiva crescita in consapevolezza, la verità che si trovava dentro di lui.
Si avverte un’evidente consonanza con l’educazione quando si osserva che la parola educare deriva dal latino ex-ducere che significa far venire fuori, fare uscire. Educare qualcuno vuol dire dunque far venire fuori ciò che è già dentro di lui; in altri termini, vuol dire aiutare la persona a esprimere se stessa, a divenire quella che è in nuce, a comportarsi in modo conforme alla propria personalità.photo-1447708900092-b2772972e50e
L’educazione risulta perciò un ambito privilegiato in cui utilizzare gli strumenti del Coaching in integrazione a processi tradizionale di formazione che prevedono, in allineamento con l’etimologia stessa del termine (dare una forma, modellare), un complesso trasferimento di contenuti e di metodi per far acquisire al ragazzo determinate competenze, abiti comportamentali, tensioni spirituali…
L’educazione deve dunque realizzarsi in un’equilibrata combinazione tra formazione e sviluppo maieutico della persona, tenendo comunque conto che il secondo consolida la prima: ben difficilmente infatti potremo avere un’effettiva valida formazione senza una reale partecipazione, un’adesione interiore del ragazzo al progetto formativo che lo riguarda e quindi senza che venga privilegiato lo sviluppo delle sue potenzialità caratterizzanti. Così facendo, verrà dunque favorita la realizzazione personale con conseguente predisposizione ad uno stato di benessere.
L’educazione pertanto non è solo istruzione, come talvolta in maniera riduttiva viene considerata, è un’azione rivolta alla persona il cui elevato obiettivo è lo sviluppo di uomini e donne compiuti, integri.

photo-1463227438464-68cf21a01f55L’obiettivo finale del processo educativo sarà allora quello di aiutare il ragazzo a scoprire la propria vocazione, a realizzare la propria missione, quella che darà un senso alla sua vita, a diventare “l’albero di quercia già iscritto nella piccola ghianda” facendo propria «l’idea, cioè, che ciascuna persona sia portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta» (J. Hillman, Il codice dell’anima).
Come genitori ed educatori siamo generalmente disposti ad ammettere che ciascun figlio, ciascun ragazzo sia una persona unica e irripetibile, ma poi spesso nell’elaborazione del percorso educativo non riusciamo a tenerne conto e rinchiudiamo facilmente ogni ragazzo all’interno di categorie precostituite, applicando schemi educativi generali, non personalizzati.

Fin da questo il Coaching ci può venire in aiuto permettendoci, indossando gli “occhiali del Coach”, di guardare i ragazzi in maniera diversa, spostando il focus dalle loro mancanze, dai loro difetti, da quanto in loro disattende le nostre aspettative, o si discosta da un modello predefinito di riferimento, al loro potenziale cioè a quell’insieme di competenze, valori, attitudini e caratteristiche che già possiedono e che attendono solo di essere allenate, vissute. I genitori e gli educatori devono pertanto avvertire questa responsabilità di accompagnare i ragazzi a conoscere ed esprimere quello che sono. Per questo sarà necessario porsi in una posizione di ascolto e stimolare opportunamente le loro risposte personali alle varie situazioni della vita, aiutandoli a sviluppare e a esercitare le proprie potenzialità.

Frequentemente i genitori si dedicano con grande impegno e profusione di tempo e attenzione ai figli nell’infanzia, mentre dalla preadolescenza in poi l’attenzione cala concentrandosi principalmente sulla salute, sulle prestazioni scolastiche, sulla pratica sportiva. Invece l’educazione dei figli preadolescenti e adolescenti richiede che i genitori investano molto più tempo nello stare con loro, soprattutto il padre con i figli maschi sui quali ha maggiore influenza, e le madri con le figlie, perché i figli hanno necessità di identificarsi/separarsi dalla figura genitoriale di riferimento. Ciò che deve essere modificato è la modalità di mettersi in relazione con loro, abbandonando le lunghe spiegazioni a favore dell’utilizzo di domande che facciano riflettere il figlio, che lo pongano in condizione di elaborare una propria visione di sé, del contesto e delle relazioni in cui è immerso.