Perché la montagna?

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Perché ho questo amore per la montagna?

In effetti sono un tipico abitante di città, abituato a prendere l’auto anche per collegamenti a breve distanza, viziato dai servizi facilmente disponibili, attaccato alle proprie piccole comodità. Il fatto di trascorrere abitualmente i miei periodi di vacanza in montagna non può essere vista come la causa, è semmai l’effetto della crescita col tempo di questo amore.

Credo che in parte sia dovuto al fatto che la montagna riporta a un qualcosa di antico, di originale nel senso più strettamente legato all’etimologia del termine latino originalem (da originem cioè origine e –alem che indica appartenenza). Risentirsi cioè parte del mistero della vita e della sua inconfutabile trascendenza. Da tempi immemori infatti la montagna è il luogo di incontro dell’uomo con il sacro, il divino. Montagna quindi non per semplice evasione dalla pesantezza del quotidiano, piuttosto per riscoprire il significato e il senso, la direzione del proprio affannarsi.

“Le montagne non sono l’assoluto, ma lo suggeriscono.” (Samivel)

Camminare seriamente riconduce la vita ai suoi aspetti più essenziali, puoi portare con te solo quello che ti servirà veramente nel tuo percorso, nulla di più, certo non il superfluo. Poi il silenzio, il respiro, la relazione con i compagni di escursione, i tuoi pensieri, la fatica, il contatto con gli elementi naturali.

La montagna porta con sé un senso di avventura, anzi la montagna sembra essere rimasta l’ultima grande avventura per l’uomo su questa terra. Solcare i mari già da tempo per effetto del progresso tecnologico (vele rigide in struttura di carbonio con pannelli in tessuto aeronautico, controllo degli assetti con giroscopi e sensori gravitazionali, foil…)  può aver guadagnato in spettacolarità ma ha perso l’aura di avventura che aveva fino a pochi decenni fa.

In montagna non è così, certo i materiali si sono evoluti, così come gli “attrezzi del mestiere”, ma per arrivare in cima e compiere le imprese è ancora l’essere umano che deve essere performante, un mix equilibrato di forza fisica, tecnica, resilienza, coraggio e capacità di saper desistere al momento giusto.

É per questo che le imprese dei grandi alpinisti d’alta quota sulle montagne più alte o difficili del nostro pianeta catturano ancora l’immaginario di un pubblico ben più vasto di quanto lascia percepire il poco spazio che i media mainstrem dedicano a queste notizie. Certo la spettacolarizzazione e il business hanno preso campo anche in montagna, come dimostrano, ad esempio, l’ingresso dell’arrampicata libera nel programma olimpico e il crescente numero di spedizioni commerciali sugli ottomila, ma non hanno ancora scalfito il senso del mito correlato alle salite sulle pareti più ostiche della Terra.

Potreste chiedermi se ho mai scalato una montagna per esserne così appassionato, e la risposta è un semplice no. La mia esperienza in verticale si limita a sentieri escursionistici e alla salita di vie ferrate peraltro di non particolare difficoltà, ma questo è il bello della montagna: il sogno è alla portata di tutti, anche di chi per mancanza di doti atletiche, tecnica o salute ottimale non può compiere imprese di particolare rilevanza. Il senso di sfida personale, di auto-miglioramento, di tensione verso un obiettivo, di esperienza ottimale, di vero e proprio “flusso” (*) è raggiungibile da tutti coloro che siano disposti a mettersi alla prova.

Come plasticamente ci ricorda Denis Urubko, top climber degli ottomila, l’avventura si riassume “nell’immagine di muovere un passo verso una condizione che è al di fuori della nostra zona di comfort, significa affacciarsi a una dimensione che non ci è nota, che può anche essere pericolosa. L’avventura è qualcosa che percepiamo e che viviamo come difficile e che in qualche modo va oltre il nostro limite, lo sposta avanti.

Vivere realmente la montagna vuol dire essere costantemente a confronto col disagio psico-fisico: la temperatura raramente è quella ideale, è sempre troppo freddo o troppo soleggiato, se tira vento si ghiaccia il sudore addosso, è un continuo vestirsi e rivestirsi, le spalle fanno male per il peso dello zaino dopo ore di camminata, i muscoli dolgono per la fatica, manca il fiato lungo le pendenze più ripide… ma la soddisfazione che si prova al raggiungimento dell’agognata meta è quella profonda, interiore che ti fa comprendere che realmente ne vale la pena.

“È la pace dopo la fatica, la bellezza intrinseca dei luoghi, il superamento delle proprie paure. È l’amore per la montagna, per le emozioni che mi regala. E l’amore non ha bisogno di parole, non si spiega. L’amore si vive, anzi, è ciò che dà senso alla vita.” (Anna Torretta – La montagna che non c’è)

È per questo che il trekking o l’arrampicata hanno un forte valore educativo per bambini e ragazzi di ogni età: è l’allenamento perfetto per crescere in determinazione, in resistenza alle avverse condizioni ambientali, alla fatica e al disagio, per sviluppare la resilienza (cioè la capacità di non perdere la motivazione ad andare avanti anche quando sopraggiungono difficoltà e stanchezza psico-fisica). E allo stesso tempo stimola la riflessione, accresce il dialogo interno positivo e permette di assaporare una felicità legata al compimento di esperienze ottimali e non semplicemente al soddisfacimento di istinti e bisogni con beni, piaceri o emozioni forti quanto effimere.

“È stato come un chiarimento dei pensieri, un’armonia con le cose che hai intorno. Uno stato di grazia che, a volte, riusciamo a raggiungere solo quando siamo in montagna e che poi perdiamo una volta tornati a valle. Una sensazione estremamente complessa da raccontare o descrivere. Si tratta di un qualcosa che non ha nulla a che vedere con la cima o con l’alpinismo ma forse solo con la fatica, con la solitudine o con il contatto con gli elementi al loro stato più puro.” (Paolo Cognetti – intervista)


(*) Il flusso (in inglese flow), o esperienza ottimale è uno stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in un’attività. Questa condizione è caratterizzata da un totale coinvolgimento dell’individuo: focalizzazione sull’obiettivo, motivazione intrinseca, positività e gratificazione nello svolgimento di un particolare compito. Il concetto di flusso fu introdotto nel 1975 dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi. (Fonte Wikipedia)

Corso “Adolescenza: istruzioni per l’uso”

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Spesso è complesso comunicare con i ragazzi durante la delicata fase dell’adolescenza. Occorre modificare l’atteggiamento finora tenuto ed iniziare ad instaurare un nuovo rapporto. Il corso si propone di fornire gli strumenti necessari per porsi “alla giusta distanza”, illustrare come accendere la motivazione e aiutare l’adolescente a diventare e realizzare se stesso.
Gli incontri sono rivolti a genitori, docenti e altri educatori.

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Per informazioni e aiuto nell’iscrizione contattare gli organizzatori:

dr.ssa Teresa Zucchi 3486048552 zucchiteresa@gmail.com
FB Dr. Teresa Zucchi – Medico Psichiatra e Psicoterapeuta

Giulio Mazzetti giuliomazzetti.coach@gmail.com
FB Giulio Mazzetti Teen & Life Coach

Coaching ed educazione

Il Coaching affonda le sue radici più remote nell’arte maieutica cioè nel metodo dialogico del filosofo Socrate che si proponeva di “trarre fuori” dall’allievo a modo di levatrice, attraverso una progressiva crescita in consapevolezza, la verità che si trovava dentro di lui.
Si avverte un’evidente consonanza con l’educazione quando si osserva che la parola educare deriva dal latino ex-ducere che significa far venire fuori, fare uscire. Educare qualcuno vuol dire dunque far venire fuori ciò che è già dentro di lui; in altri termini, vuol dire aiutare la persona a esprimere se stessa, a divenire quella che è in nuce, a comportarsi in modo conforme alla propria personalità.photo-1447708900092-b2772972e50e
L’educazione risulta perciò un ambito privilegiato in cui utilizzare gli strumenti del Coaching in integrazione a processi tradizionale di formazione che prevedono, in allineamento con l’etimologia stessa del termine (dare una forma, modellare), un complesso trasferimento di contenuti e di metodi per far acquisire al ragazzo determinate competenze, abiti comportamentali, tensioni spirituali…
L’educazione deve dunque realizzarsi in un’equilibrata combinazione tra formazione e sviluppo maieutico della persona, tenendo comunque conto che il secondo consolida la prima: ben difficilmente infatti potremo avere un’effettiva valida formazione senza una reale partecipazione, un’adesione interiore del ragazzo al progetto formativo che lo riguarda e quindi senza che venga privilegiato lo sviluppo delle sue potenzialità caratterizzanti. Così facendo, verrà dunque favorita la realizzazione personale con conseguente predisposizione ad uno stato di benessere.
L’educazione pertanto non è solo istruzione, come talvolta in maniera riduttiva viene considerata, è un’azione rivolta alla persona il cui elevato obiettivo è lo sviluppo di uomini e donne compiuti, integri.

photo-1463227438464-68cf21a01f55L’obiettivo finale del processo educativo sarà allora quello di aiutare il ragazzo a scoprire la propria vocazione, a realizzare la propria missione, quella che darà un senso alla sua vita, a diventare “l’albero di quercia già iscritto nella piccola ghianda” facendo propria «l’idea, cioè, che ciascuna persona sia portatrice di un’unicità che chiede di essere vissuta e che è già presente prima di poter essere vissuta» (J. Hillman, Il codice dell’anima).
Come genitori ed educatori siamo generalmente disposti ad ammettere che ciascun figlio, ciascun ragazzo sia una persona unica e irripetibile, ma poi spesso nell’elaborazione del percorso educativo non riusciamo a tenerne conto e rinchiudiamo facilmente ogni ragazzo all’interno di categorie precostituite, applicando schemi educativi generali, non personalizzati.

Fin da questo il Coaching ci può venire in aiuto permettendoci, indossando gli “occhiali del Coach”, di guardare i ragazzi in maniera diversa, spostando il focus dalle loro mancanze, dai loro difetti, da quanto in loro disattende le nostre aspettative, o si discosta da un modello predefinito di riferimento, al loro potenziale cioè a quell’insieme di competenze, valori, attitudini e caratteristiche che già possiedono e che attendono solo di essere allenate, vissute. I genitori e gli educatori devono pertanto avvertire questa responsabilità di accompagnare i ragazzi a conoscere ed esprimere quello che sono. Per questo sarà necessario porsi in una posizione di ascolto e stimolare opportunamente le loro risposte personali alle varie situazioni della vita, aiutandoli a sviluppare e a esercitare le proprie potenzialità.

Frequentemente i genitori si dedicano con grande impegno e profusione di tempo e attenzione ai figli nell’infanzia, mentre dalla preadolescenza in poi l’attenzione cala concentrandosi principalmente sulla salute, sulle prestazioni scolastiche, sulla pratica sportiva. Invece l’educazione dei figli preadolescenti e adolescenti richiede che i genitori investano molto più tempo nello stare con loro, soprattutto il padre con i figli maschi sui quali ha maggiore influenza, e le madri con le figlie, perché i figli hanno necessità di identificarsi/separarsi dalla figura genitoriale di riferimento. Ciò che deve essere modificato è la modalità di mettersi in relazione con loro, abbandonando le lunghe spiegazioni a favore dell’utilizzo di domande che facciano riflettere il figlio, che lo pongano in condizione di elaborare una propria visione di sé, del contesto e delle relazioni in cui è immerso.