Ci vuole un sogno

Per sviluppare la motivazione intrinseca è opportuno iniziare dal sogno infatti “nulla accade se prima non c’è stato un sogno” (C. Sandburg).

Sogno da intendersi come una visione futura desiderabile in cui viene riposta fiducia, non come comunemente si intende, immaginazione di cose irrealizzabili.
Per aiutare un adolescente a elaborare un proprio sogno è necessario aiutarlo a spostarsi dal proprio presente, spesso percepito come immutabile, a un futuro desiderato, e a quel punto allenarlo a confrontare le conseguenze del rimanere fermi rispetto a quelle del proprio attivarsi per realizzare il sogno.
Non sarà però sufficiente la sola convinzione razionale, sarà invece necessario aiutare l’adolescente a percepire i sentimenti positivi connessi alla nuova situazione visualizzata.

Perché la montagna?

[Tempo di lettura: 4,5 minuti]

Perché ho questo amore per la montagna?

In effetti sono un tipico abitante di città, abituato a prendere l’auto anche per collegamenti a breve distanza, viziato dai servizi facilmente disponibili, attaccato alle proprie piccole comodità. Il fatto di trascorrere abitualmente i miei periodi di vacanza in montagna non può essere vista come la causa, è semmai l’effetto della crescita col tempo di questo amore.

Credo che in parte sia dovuto al fatto che la montagna riporta a un qualcosa di antico, di originale nel senso più strettamente legato all’etimologia del termine latino originalem (da originem cioè origine e –alem che indica appartenenza). Risentirsi cioè parte del mistero della vita e della sua inconfutabile trascendenza. Da tempi immemori infatti la montagna è il luogo di incontro dell’uomo con il sacro, il divino. Montagna quindi non per semplice evasione dalla pesantezza del quotidiano, piuttosto per riscoprire il significato e il senso, la direzione del proprio affannarsi.

“Le montagne non sono l’assoluto, ma lo suggeriscono.” (Samivel)

Camminare seriamente riconduce la vita ai suoi aspetti più essenziali, puoi portare con te solo quello che ti servirà veramente nel tuo percorso, nulla di più, certo non il superfluo. Poi il silenzio, il respiro, la relazione con i compagni di escursione, i tuoi pensieri, la fatica, il contatto con gli elementi naturali.

La montagna porta con sé un senso di avventura, anzi la montagna sembra essere rimasta l’ultima grande avventura per l’uomo su questa terra. Solcare i mari già da tempo per effetto del progresso tecnologico (vele rigide in struttura di carbonio con pannelli in tessuto aeronautico, controllo degli assetti con giroscopi e sensori gravitazionali, foil…)  può aver guadagnato in spettacolarità ma ha perso l’aura di avventura che aveva fino a pochi decenni fa.

In montagna non è così, certo i materiali si sono evoluti, così come gli “attrezzi del mestiere”, ma per arrivare in cima e compiere le imprese è ancora l’essere umano che deve essere performante, un mix equilibrato di forza fisica, tecnica, resilienza, coraggio e capacità di saper desistere al momento giusto.

É per questo che le imprese dei grandi alpinisti d’alta quota sulle montagne più alte o difficili del nostro pianeta catturano ancora l’immaginario di un pubblico ben più vasto di quanto lascia percepire il poco spazio che i media mainstrem dedicano a queste notizie. Certo la spettacolarizzazione e il business hanno preso campo anche in montagna, come dimostrano, ad esempio, l’ingresso dell’arrampicata libera nel programma olimpico e il crescente numero di spedizioni commerciali sugli ottomila, ma non hanno ancora scalfito il senso del mito correlato alle salite sulle pareti più ostiche della Terra.

Potreste chiedermi se ho mai scalato una montagna per esserne così appassionato, e la risposta è un semplice no. La mia esperienza in verticale si limita a sentieri escursionistici e alla salita di vie ferrate peraltro di non particolare difficoltà, ma questo è il bello della montagna: il sogno è alla portata di tutti, anche di chi per mancanza di doti atletiche, tecnica o salute ottimale non può compiere imprese di particolare rilevanza. Il senso di sfida personale, di auto-miglioramento, di tensione verso un obiettivo, di esperienza ottimale, di vero e proprio “flusso” (*) è raggiungibile da tutti coloro che siano disposti a mettersi alla prova.

Come plasticamente ci ricorda Denis Urubko, top climber degli ottomila, l’avventura si riassume “nell’immagine di muovere un passo verso una condizione che è al di fuori della nostra zona di comfort, significa affacciarsi a una dimensione che non ci è nota, che può anche essere pericolosa. L’avventura è qualcosa che percepiamo e che viviamo come difficile e che in qualche modo va oltre il nostro limite, lo sposta avanti.

Vivere realmente la montagna vuol dire essere costantemente a confronto col disagio psico-fisico: la temperatura raramente è quella ideale, è sempre troppo freddo o troppo soleggiato, se tira vento si ghiaccia il sudore addosso, è un continuo vestirsi e rivestirsi, le spalle fanno male per il peso dello zaino dopo ore di camminata, i muscoli dolgono per la fatica, manca il fiato lungo le pendenze più ripide… ma la soddisfazione che si prova al raggiungimento dell’agognata meta è quella profonda, interiore che ti fa comprendere che realmente ne vale la pena.

“È la pace dopo la fatica, la bellezza intrinseca dei luoghi, il superamento delle proprie paure. È l’amore per la montagna, per le emozioni che mi regala. E l’amore non ha bisogno di parole, non si spiega. L’amore si vive, anzi, è ciò che dà senso alla vita.” (Anna Torretta – La montagna che non c’è)

È per questo che il trekking o l’arrampicata hanno un forte valore educativo per bambini e ragazzi di ogni età: è l’allenamento perfetto per crescere in determinazione, in resistenza alle avverse condizioni ambientali, alla fatica e al disagio, per sviluppare la resilienza (cioè la capacità di non perdere la motivazione ad andare avanti anche quando sopraggiungono difficoltà e stanchezza psico-fisica). E allo stesso tempo stimola la riflessione, accresce il dialogo interno positivo e permette di assaporare una felicità legata al compimento di esperienze ottimali e non semplicemente al soddisfacimento di istinti e bisogni con beni, piaceri o emozioni forti quanto effimere.

“È stato come un chiarimento dei pensieri, un’armonia con le cose che hai intorno. Uno stato di grazia che, a volte, riusciamo a raggiungere solo quando siamo in montagna e che poi perdiamo una volta tornati a valle. Una sensazione estremamente complessa da raccontare o descrivere. Si tratta di un qualcosa che non ha nulla a che vedere con la cima o con l’alpinismo ma forse solo con la fatica, con la solitudine o con il contatto con gli elementi al loro stato più puro.” (Paolo Cognetti – intervista)


(*) Il flusso (in inglese flow), o esperienza ottimale è uno stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in un’attività. Questa condizione è caratterizzata da un totale coinvolgimento dell’individuo: focalizzazione sull’obiettivo, motivazione intrinseca, positività e gratificazione nello svolgimento di un particolare compito. Il concetto di flusso fu introdotto nel 1975 dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi. (Fonte Wikipedia)