“Motivazione e autorità. Quale il ruolo dei genitori?” – Incontro a Terranuova Bracciolini

👉Coach, mio figlio non ha voglia di studiare, non fa altro che giocare alla Play, non so più che fare, ho bisogno che me lo motivi

🤔 Esiste davvero il “paramotivanolo” oppure la motivazione deve essere sviluppata e sostenuta in altro modo?
Qual è il ruolo di noi genitori nella dinamica motivazionale?

 Queste e altre domande saranno affrontate sabato prossimo 23 febbraio nell’incontro per genitori “Motivazione autorità. Quale il ruolo dei genitori?”

Appuntamento a Terranuova Bracciolini (AR) dalle ore 10 alle 12 all’Oratorio San Benedetto.

Corso affettività per adolescenti

#Amore. Un like per sempre

Sabato 12 gennaio alle ore 15.30 sarò a Firenze per il primo di una serie di tre incontri con ragazzi maschi di I e II superiore sul tema dell’affettività.

Nel primo incontro parleremo di sessualità, di come essa coinvolga tutte le dimensioni della persona umana, dell’importanza di essere rispetto ad apparire, di mascolinità e femminilità.

Nei seguenti moduli verranno affrontati aspetti quali le differenze tra innamoramento e amore, le pressioni che minacciano la propria realizzazione affettiva, le dipendenze che minacciano l’affettività (internet addiction, pornografia, sexting), l’amore umano come relazione che appaga il nostro desiderio di felicità relazionale.

QUANDO

1° modulo: CHI SONO IO    Sabato 12 gennaio ore 15.30-16.30
2° modulo: INNAMORAMENTO E AMORE Sabato 19 gennaio ore 15.30-16.30
3° modulo: COME ESSERE FELICI   Sabato 2 febbraio ore 15.30-16.30

DOVE
A Firenze, presso l’Accademia dei Ponti in via Trieste 25

Perché la montagna?

[Tempo di lettura: 4,5 minuti]

Perché ho questo amore per la montagna?

In effetti sono un tipico abitante di città, abituato a prendere l’auto anche per collegamenti a breve distanza, viziato dai servizi facilmente disponibili, attaccato alle proprie piccole comodità. Il fatto di trascorrere abitualmente i miei periodi di vacanza in montagna non può essere vista come la causa, è semmai l’effetto della crescita col tempo di questo amore.

Credo che in parte sia dovuto al fatto che la montagna riporta a un qualcosa di antico, di originale nel senso più strettamente legato all’etimologia del termine latino originalem (da originem cioè origine e –alem che indica appartenenza). Risentirsi cioè parte del mistero della vita e della sua inconfutabile trascendenza. Da tempi immemori infatti la montagna è il luogo di incontro dell’uomo con il sacro, il divino. Montagna quindi non per semplice evasione dalla pesantezza del quotidiano, piuttosto per riscoprire il significato e il senso, la direzione del proprio affannarsi.

“Le montagne non sono l’assoluto, ma lo suggeriscono.” (Samivel)

Camminare seriamente riconduce la vita ai suoi aspetti più essenziali, puoi portare con te solo quello che ti servirà veramente nel tuo percorso, nulla di più, certo non il superfluo. Poi il silenzio, il respiro, la relazione con i compagni di escursione, i tuoi pensieri, la fatica, il contatto con gli elementi naturali.

La montagna porta con sé un senso di avventura, anzi la montagna sembra essere rimasta l’ultima grande avventura per l’uomo su questa terra. Solcare i mari già da tempo per effetto del progresso tecnologico (vele rigide in struttura di carbonio con pannelli in tessuto aeronautico, controllo degli assetti con giroscopi e sensori gravitazionali, foil…)  può aver guadagnato in spettacolarità ma ha perso l’aura di avventura che aveva fino a pochi decenni fa.

In montagna non è così, certo i materiali si sono evoluti, così come gli “attrezzi del mestiere”, ma per arrivare in cima e compiere le imprese è ancora l’essere umano che deve essere performante, un mix equilibrato di forza fisica, tecnica, resilienza, coraggio e capacità di saper desistere al momento giusto.

É per questo che le imprese dei grandi alpinisti d’alta quota sulle montagne più alte o difficili del nostro pianeta catturano ancora l’immaginario di un pubblico ben più vasto di quanto lascia percepire il poco spazio che i media mainstrem dedicano a queste notizie. Certo la spettacolarizzazione e il business hanno preso campo anche in montagna, come dimostrano, ad esempio, l’ingresso dell’arrampicata libera nel programma olimpico e il crescente numero di spedizioni commerciali sugli ottomila, ma non hanno ancora scalfito il senso del mito correlato alle salite sulle pareti più ostiche della Terra.

Potreste chiedermi se ho mai scalato una montagna per esserne così appassionato, e la risposta è un semplice no. La mia esperienza in verticale si limita a sentieri escursionistici e alla salita di vie ferrate peraltro di non particolare difficoltà, ma questo è il bello della montagna: il sogno è alla portata di tutti, anche di chi per mancanza di doti atletiche, tecnica o salute ottimale non può compiere imprese di particolare rilevanza. Il senso di sfida personale, di auto-miglioramento, di tensione verso un obiettivo, di esperienza ottimale, di vero e proprio “flusso” (*) è raggiungibile da tutti coloro che siano disposti a mettersi alla prova.

Come plasticamente ci ricorda Denis Urubko, top climber degli ottomila, l’avventura si riassume “nell’immagine di muovere un passo verso una condizione che è al di fuori della nostra zona di comfort, significa affacciarsi a una dimensione che non ci è nota, che può anche essere pericolosa. L’avventura è qualcosa che percepiamo e che viviamo come difficile e che in qualche modo va oltre il nostro limite, lo sposta avanti.

Vivere realmente la montagna vuol dire essere costantemente a confronto col disagio psico-fisico: la temperatura raramente è quella ideale, è sempre troppo freddo o troppo soleggiato, se tira vento si ghiaccia il sudore addosso, è un continuo vestirsi e rivestirsi, le spalle fanno male per il peso dello zaino dopo ore di camminata, i muscoli dolgono per la fatica, manca il fiato lungo le pendenze più ripide… ma la soddisfazione che si prova al raggiungimento dell’agognata meta è quella profonda, interiore che ti fa comprendere che realmente ne vale la pena.

“È la pace dopo la fatica, la bellezza intrinseca dei luoghi, il superamento delle proprie paure. È l’amore per la montagna, per le emozioni che mi regala. E l’amore non ha bisogno di parole, non si spiega. L’amore si vive, anzi, è ciò che dà senso alla vita.” (Anna Torretta – La montagna che non c’è)

È per questo che il trekking o l’arrampicata hanno un forte valore educativo per bambini e ragazzi di ogni età: è l’allenamento perfetto per crescere in determinazione, in resistenza alle avverse condizioni ambientali, alla fatica e al disagio, per sviluppare la resilienza (cioè la capacità di non perdere la motivazione ad andare avanti anche quando sopraggiungono difficoltà e stanchezza psico-fisica). E allo stesso tempo stimola la riflessione, accresce il dialogo interno positivo e permette di assaporare una felicità legata al compimento di esperienze ottimali e non semplicemente al soddisfacimento di istinti e bisogni con beni, piaceri o emozioni forti quanto effimere.

“È stato come un chiarimento dei pensieri, un’armonia con le cose che hai intorno. Uno stato di grazia che, a volte, riusciamo a raggiungere solo quando siamo in montagna e che poi perdiamo una volta tornati a valle. Una sensazione estremamente complessa da raccontare o descrivere. Si tratta di un qualcosa che non ha nulla a che vedere con la cima o con l’alpinismo ma forse solo con la fatica, con la solitudine o con il contatto con gli elementi al loro stato più puro.” (Paolo Cognetti – intervista)


(*) Il flusso (in inglese flow), o esperienza ottimale è uno stato di coscienza in cui la persona è completamente immersa in un’attività. Questa condizione è caratterizzata da un totale coinvolgimento dell’individuo: focalizzazione sull’obiettivo, motivazione intrinseca, positività e gratificazione nello svolgimento di un particolare compito. Il concetto di flusso fu introdotto nel 1975 dallo psicologo Mihály Csíkszentmihályi. (Fonte Wikipedia)

Incontro per genitori: Educare all’affettività

Un incontro per genitori di figli preadolescenti e adolescenti, su un tema quanto mai importante in ambito educativo.
Insieme alla dr.ssa Teresa Zucchi, medico psichiatra e psicoterapeuta, affronteremo le principali tematiche inerenti l’argomento: sessualità e dimensioni della persona umana, clima socio-culturale contemporaneo, linee guida per l’educazione all’affettività.

QUANDO
Sabato 15 dicembre 2018 ore 16.00-17.30

DOVE
A Firenze, presso l’Accademia dei Ponti in via Trieste 25

Corso “Adolescenza: istruzioni per l’uso”

👉 Iscrizioni aperte fino al 15 dicembre per il corso ADOLESCENZA: ISTRUZIONI PER L’USO.

Spesso è complesso comunicare con i ragazzi durante la delicata fase dell’adolescenza. Occorre modificare l’atteggiamento finora tenuto ed iniziare ad instaurare un nuovo rapporto. Il corso si propone di fornire gli strumenti necessari per porsi “alla giusta distanza”, illustrare come accendere la motivazione e aiutare l’adolescente a diventare e realizzare se stesso.
Gli incontri sono rivolti a genitori, docenti e altri educatori.

 ISCRIZIONE ONLINE al link https://bit.ly/adolescenzaistruzioni.

Per informazioni e aiuto nell’iscrizione contattare gli organizzatori:

dr.ssa Teresa Zucchi 3486048552 zucchiteresa@gmail.com
FB Dr. Teresa Zucchi – Medico Psichiatra e Psicoterapeuta

Giulio Mazzetti giuliomazzetti.coach@gmail.com
FB Giulio Mazzetti Teen & Life Coach

I Hope, I Think, I Know… un percorso di coaching

[Tempo di lettura: 3,5 minuti]

Stavo riascoltando uno dei miei brani preferiti degli Oasis quando l’attenzione si è focalizzata sul titolo “I Hope, I Think, I Know” scandito più volte nel corso del pezzo. Mi è sembrato che potesse sintetizzare in maniera plastica tre fasi cruciali di un tipico percorso di coaching.

Il ricorso ad un coach generalmente avviene in un momento di stasi della propria vita, di vero e proprio “blocco”, quando si percepisce incertezza, talvolta confusione, riguardo a come muoversi, e  la situazione sembra immutabile, in attesa di un indefinito “qualcosa” che deve avvenire ma senza che possiamo esercitare alcun controllo su di esso, completamente esterno a noi. É evidente come una tale sensazione provochi facilmente insoddisfazione, spesso vera e propria sofferenza.

La fase iniziale del coaching è volta all’esplorazione del presente percepito dal coachee (il cliente del coach) e tenderà a sviluppare in lui, sin dal primo momento, la consapevolezza di sé, riguardo alle proprie capacità, attitudini, potenzialità, e nello stesso tempo, del contesto in cui agisce e delle relazioni che ha posto in essere.

I HOPE

Questa crescita in consapevolezza inizierà a far percepire al coachee un “movimento” iniziale verso il miglioramento o cambiamento della propria situazione. L’effetto più rilevante di questa fase iniziale è proprio l’accensione della SPERANZA intesa come presa di coscienza, certezza che gli aspetti negativi della propria situazione sono contingenti, non sono pertanto né pervasivi, né permanenti.

Pervasività e permanenza del negativo sono i due aspetti cognitivi che caratterizzano infatti la disperazione, ovvero l’assenza di speranza, che provoca uno stato di sofferenza dovuto all’incapacità (perlopiù presunta) di agire attivamente per fronteggiare le avversità. In tal senso, la permanenza attiene alla considerazione che gli aspetti negativi siano immutabili, costanti nel tempo. La pervasività consiste invece nella generalizzazione degli aspetti negativi: nell’assenza di speranza si tende  a estendere la negatività a tutti gli ambiti della propria vita.

La persona che non si arrende mai, “resiliente”, tende invece sempre a collocare gli aspetti negativi in un tempo e in un ambito specifico della propria situazione, a limitarli cioè in estensione e profondità.

I THINK

L’accresciuta consapevolezza di sé e del contesto in cui agisce, unitamente alla rinnovata speranza, permette al coachee di sviluppare un nuovo PENSIERO e delineare un proprio futuro desiderato che prima risultava impossibile individuare avvolto nelle nebbie del proprio presente ritenuto, a torto, immutabile.

Ecco allora che grazie al lavoro su se stessi, iniziano a dispiegarsi sogni e ambizioni che il coachee sente risuonare dentro di sé perché coerenti con i propri ideali, armonici con la propria identità, allineati con il proprio contesto e le proprie relazioni.

Rimane ancora concreta la possibilità che tali sogni rimangano semplicemente tali in attesa di eventi esterni perpetuando uno stato di passività nel coachee di fronte agli avvenimenti che lo riguardano. In questa fase è di conseguenza opportunamente sviluppata l’autoefficacia, cioè la percezione della capacità di conseguire determinati traguardi sulla base delle proprie capacità, che è una delle due dimensioni che alimentano l’automotivazione, l’altra essendo la capacità volitiva, anch’essa allenata costantemente nello svolgersi del percorso di coaching.

“Se le persone non credessero di poter produrre con le loro azioni gli effetti che desiderano, avrebbero pochi stimoli ad agire” (Albert Bandura)

I KNOW

Il sogno, il desiderio hanno il potere di modificare la realtà ma nel senso dell’ “essere in potenza”: il desiderare di per sé non rappresenta ancora l’azione mancando l’atto di volontà. Il sogno è una condizione necessaria ma non sufficiente perché si possa raggiungere il proprio futuro desiderato, può rimanere infatti un’idea astratta, senza tramutarsi effettivamente in un cambiamento concreto della propria situazione.

Se i sogni permangono in questo stato inattivo alla lunga deludono, devono trasformarsi necessariamente in azione per dare soddisfazione al coachee. Diventano fonti di appagamento reale e non semplici “fantasticherie” quando si trasformano in obiettivi. L’obiettivo è il sogno in azione, laddove il sogno rappresenta l’obiettivo in potenza.

“La differenza tra un sogno e un obiettivo è semplicemente una data” (Walt Disney)

Il dispiegarsi del percorso di coaching può consentire al coachee di arrivare a CONOSCERE il proprio obiettivo: il futuro desiderato si traduce in tal caso in qualcosa di concreto, specifico, misurabile, coerente con i propri valori e misurato sulle proprie potenzialità e competenze, collocato in un ambito temporale ben definito.

“Si conosce solo ciò che si ama” (Sant’Agostino)

Da questo momento in poi sarà un piano d’azione elaborato dal coachee in autonomia e responsabilità, con il supporto del coach, a guidare ogni passo nel cammino di avvicinamento al proprio obiettivo attraverso il raggiungimento dei traguardi intermedi convenientemente collocati lungo il percorso.

Ma questa è ancora un’altra canzone 😉

Perché il calcio non può bastare

[Tempo di lettura: 4,5 minuti]

Anni fa, ad un convegno ascoltai un educatore dire durante il suo intervento che quando un ragazzo a 13/14 anni ha per interesse solo il calcio deve scattare un “campanello d’allarme” per i genitori.
Sul momento non compresi il senso dell’affermazione: mi piaceva il calcio, ambedue i miei figli maschi lo praticavano in una squadra giovanile, io ero dirigente accompagnatore della stessa.

Nel tempo, l’attività svolta come direttore e formatore al Club Prato Boys e al Polis Club, e il conseguente confronto frequente con i bambini e i ragazzi, alcuni particolarmente impegnati nella pratica sportiva, mi ha fatto comprendere appieno il senso di quanto avevo ascoltato.

Lo sport ha sicuramente, almeno in potenza, la capacità di veicolare tutta una serie di valori positivi (impegno, spirito di squadra, rispetto, lealtà, competizione, dedizione, spirito di sacrificio, altruismo…) ma molte volte, e nel calcio giovanile più che in altre discipline, l’attenzione prematura al solo risultato, la forte tensione agonistica a scapito dell’aspetto più propriamente ludico, rappresentano un ostacolo per la considerazione puntuale delle prioritarie necessità educative dei ragazzi.

Fra queste una delle più penalizzate è lo sviluppo della capacità di costruirsi delle relazioni significative di amicizia.

Nell’infanzia i bambini si cercano per giocare, per farsi compagnia, per soddisfare una serie di bisogni primari che fanno sì che un bambino nutra naturalmente simpatia verso coloro che li soddisfano meglio e che lo valorizzano e, viceversa, antipatie verso coloro che non rispondono adeguatamente a questi bisogni.

Con la pre-adolescenza e l’adolescenza inizia invece a strutturarsi un nuovo assetto di amicizia che va oltre l’essere “compagni di gioco” tipico dell’età infantile. Il gruppo dei pari età diventa il riferimento primario per i ragazzi in alternativa a quello genitoriale. rappresentando la matrice, il “brodo primordiale” da cui possono successivamente svilupparsi le vere amicizie.

Lo spiega bene lo scrittore C.S. Lewis: «L’amicizia nasce dal semplice cameratismo quando due o più compagni scoprono di avere un’idea, un interesse o anche soltanto un gusto, che gli altri non condividono e che, fino a quel momento, ciascuno di loro considerava un suo esclusivo tesoro. 
La frase con cui di solito comincia un’amicizia è qualcosa di questo genere: ”Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico…”.» (I quattro amori)

Il fatto di andare nella stessa scuola, di frequentare lo stesso ambiente, di praticare lo stesso sport, ecc. non comporta necessariamente l’amicizia. Chiunque condivida determinate esperienze rappresenta un compagno, ma soltanto chi, oltre a questo, avrà qualche altra cosa in comune diventerà realmente un amico.

Chi non possiede nulla non può dividere nulla; chi non sta andando da nessuna parte non può avere compagni di viaggio. (C.S. Lewis)

La meta o visione che accomuna gli amici non può essere il calcio, questo non ha la capacità di rappresentare il “punto di fuga” all’orizzonte verso cui possono convergere gli sguardi degli amici, perpetua solamente un modo di stare insieme infantile, da compagni di gioco.

Giocare a calcio infatti è un “fare insieme” qualcosa, non è cogliere quell’essenziale che è invisibile agli occhi (cfr Il Piccolo Principe) che rende l’amicizia qualcosa di più e di più profondo.
Fare insieme qualcosa, in questo caso praticare uno sport, aiuta a socializzare ma rende per sua natura solo compagni; l’amicizia, pur richiedendo la frequentazione, non è questo: si basa sul sentire e pensare insieme qualcosa e in questa condivisione differenziarsi dal resto dei compagni.
Questa visione comune, che guida il cammino fianco a fianco degli amici, porta nel tempo a sviluppare una profonda conoscenza e affetto reciproci tanto che l’amicizia si caratterizza inoltre per la benevolenza intesa nello stretto senso etimologico della parola: volere il bene dell’amico.

Come si esce da questo?

1) Innanzitutto sapendo ascoltare il “campanello di allarme” che può risuonare in determinate occasioni. Ascoltare un figlio che parla solo ed esclusivamente di calcio, di calciatori, di partite, di formazioni, di allenamenti, di fantacalcio… rappresenta per un genitore il “primo canto del gallo”: non bisogna arrivare al secondo.

2) Può essere opportuno iniziare un disinvestimento riguardo la riuscita agonistica di proprio figlio: siamo realmente sicuri che giocare bene a calcio, avere il posto da titolare nella squadretta più o meno blasonata della nostra città, partecipare al campionato regionale anziché provinciale…, sia ciò che più serve alla maturazione umana di nostro figlio?
O piuttosto è qualcosa che soddisfa una nostra aspettativa, che gratifica noi stessi per un risultato che magari non siamo stati in grado di raggiungere a suo tempo oppure che ci attribuisce un certo status nella nostra cerchia di amici?

3) É necessario adoperarsi a partire dall’infanzia e, sicuramente dalla pre-adolescenza, per favorire occasioni che possano suscitare nel ragazzo altri interessi e passioni senza abbattersi per probabili insuccessi. Sarà un processo lungo e faticoso, costellato magari da numerosi fallimenti. Ci sarà richiesto di uscire dalla nostra “comfort zone” e dedicare tempo di qualità e in quantità per svolgere attività con nostro figlio o per consentirgli di compiere determinate esperienze alternative.

Solo la passione smodata per il calcio può avere questi effetti collaterali?
Evidentemente no: ogniqualvolta la pratica sportiva, sia essa calcio, rugby, basket, ginnastica, nuoto, tennis, pallanuoto…, travalica la propria funzione, relativa, per diventare un assoluto cui sacrificare ogni altra possibilità di scoprire passioni alternative in ambiti diversi, si corre il rischio di limitare la capacità di sviluppare in futuro nel ragazzo profonde e significative relazioni amicali.

Fortunatamente esistono anche (rare) società calcistiche giovanili dove viene posta attenzione agli aspetti educativi del bambino o ragazzo prima ancora del raggiungimento di risultati sportivi di eccellenza, e dove magari i loro sforzi sono frustrati invece dalla mancanza di sensibilità educativa dei genitori che si accaniscono riguardo alla sola riuscita calcistica dei loro “campioncini” in erba. Si trovano “mister” interessati a insegnare calcio facendo divertire i bambini, distaccandoli dall’attenzione ai soli risultati sportivi privilegiando la relazione fra loro e con gli adulti di riferimento. Ma non sono la maggioranza e comunque ciò non è sufficiente se manca la dovuta attenzione alle necessità educative dei propri figli da parte di noi genitori.

Attenzione: non voglio sostenere che il calcio, e la pratica sportiva in generale, non abbiano una loro importanza nello sviluppo psicofisico dei nostri figli. Tutt’altro. Sottolineo unicamente il rischio che diventi un’esperienza esclusiva, “totalizzante” e che privi i ragazzi della sperimentazione in altre attività, in ambiti alternativi allo sport. La formazione umana non si può limitare alla sola pratica sportiva.
Nell’infanzia e nell’adolescenza è infatti di fondamentale importanza la sperimentazione continua, talvolta incoerente, che permette di scoprire interessi, propensioni, possibilmente passioni. Le stesse che potranno non solo favorire la nascita e il consolidamento di vere amicizie con coloro che vibrano per le stesse “visioni” ma anche guidare il ragazzo verso la propria realizzazione futura, a trovare “il suo posto nel mondo”.