Incontro per genitori: Educare all’affettività

Un incontro per genitori di figli preadolescenti e adolescenti, su un tema quanto mai importante in ambito educativo.
Insieme alla dr.ssa Teresa Zucchi, medico psichiatra e psicoterapeuta, affronteremo le principali tematiche inerenti l’argomento: sessualità e dimensioni della persona umana, clima socio-culturale contemporaneo, linee guida per l’educazione all’affettività.

QUANDO
Sabato 15 dicembre 2018 ore 16.00-17.30

DOVE
A Firenze, presso l’Accademia dei Ponti in via Trieste 25

Corso “Adolescenza: istruzioni per l’uso”

👉 Iscrizioni aperte fino al 15 dicembre per il corso ADOLESCENZA: ISTRUZIONI PER L’USO.

Spesso è complesso comunicare con i ragazzi durante la delicata fase dell’adolescenza. Occorre modificare l’atteggiamento finora tenuto ed iniziare ad instaurare un nuovo rapporto. Il corso si propone di fornire gli strumenti necessari per porsi “alla giusta distanza”, illustrare come accendere la motivazione e aiutare l’adolescente a diventare e realizzare se stesso.
Gli incontri sono rivolti a genitori, docenti e altri educatori.

 ISCRIZIONE ONLINE al link https://bit.ly/adolescenzaistruzioni.

Per informazioni e aiuto nell’iscrizione contattare gli organizzatori:

dr.ssa Teresa Zucchi 3486048552 zucchiteresa@gmail.com
FB Dr. Teresa Zucchi – Medico Psichiatra e Psicoterapeuta

Giulio Mazzetti giuliomazzetti.coach@gmail.com
FB Giulio Mazzetti Teen & Life Coach

I Hope, I Think, I Know… un percorso di coaching

[Tempo di lettura: 3,5 minuti]

Stavo riascoltando uno dei miei brani preferiti degli Oasis quando l’attenzione si è focalizzata sul titolo “I Hope, I Think, I Know” scandito più volte nel corso del pezzo. Mi è sembrato che potesse sintetizzare in maniera plastica tre fasi cruciali di un tipico percorso di coaching.

Il ricorso ad un coach generalmente avviene in un momento di stasi della propria vita, di vero e proprio “blocco”, quando si percepisce incertezza, talvolta confusione, riguardo a come muoversi, e  la situazione sembra immutabile, in attesa di un indefinito “qualcosa” che deve avvenire ma senza che possiamo esercitare alcun controllo su di esso, completamente esterno a noi. É evidente come una tale sensazione provochi facilmente insoddisfazione, spesso vera e propria sofferenza.

La fase iniziale del coaching è volta all’esplorazione del presente percepito dal coachee (il cliente del coach) e tenderà a sviluppare in lui, sin dal primo momento, la consapevolezza di sé, riguardo alle proprie capacità, attitudini, potenzialità, e nello stesso tempo, del contesto in cui agisce e delle relazioni che ha posto in essere.

I HOPE

Questa crescita in consapevolezza inizierà a far percepire al coachee un “movimento” iniziale verso il miglioramento o cambiamento della propria situazione. L’effetto più rilevante di questa fase iniziale è proprio l’accensione della SPERANZA intesa come presa di coscienza, certezza che gli aspetti negativi della propria situazione sono contingenti, non sono pertanto né pervasivi, né permanenti.

Pervasività e permanenza del negativo sono i due aspetti cognitivi che caratterizzano infatti la disperazione, ovvero l’assenza di speranza, che provoca uno stato di sofferenza dovuto all’incapacità (perlopiù presunta) di agire attivamente per fronteggiare le avversità. In tal senso, la permanenza attiene alla considerazione che gli aspetti negativi siano immutabili, costanti nel tempo. La pervasività consiste invece nella generalizzazione degli aspetti negativi: nell’assenza di speranza si tende  a estendere la negatività a tutti gli ambiti della propria vita.

La persona che non si arrende mai, “resiliente”, tende invece sempre a collocare gli aspetti negativi in un tempo e in un ambito specifico della propria situazione, a limitarli cioè in estensione e profondità.

I THINK

L’accresciuta consapevolezza di sé e del contesto in cui agisce, unitamente alla rinnovata speranza, permette al coachee di sviluppare un nuovo PENSIERO e delineare un proprio futuro desiderato che prima risultava impossibile individuare avvolto nelle nebbie del proprio presente ritenuto, a torto, immutabile.

Ecco allora che grazie al lavoro su se stessi, iniziano a dispiegarsi sogni e ambizioni che il coachee sente risuonare dentro di sé perché coerenti con i propri ideali, armonici con la propria identità, allineati con il proprio contesto e le proprie relazioni.

Rimane ancora concreta la possibilità che tali sogni rimangano semplicemente tali in attesa di eventi esterni perpetuando uno stato di passività nel coachee di fronte agli avvenimenti che lo riguardano. In questa fase è di conseguenza opportunamente sviluppata l’autoefficacia, cioè la percezione della capacità di conseguire determinati traguardi sulla base delle proprie capacità, che è una delle due dimensioni che alimentano l’automotivazione, l’altra essendo la capacità volitiva, anch’essa allenata costantemente nello svolgersi del percorso di coaching.

“Se le persone non credessero di poter produrre con le loro azioni gli effetti che desiderano, avrebbero pochi stimoli ad agire” (Albert Bandura)

I KNOW

Il sogno, il desiderio hanno il potere di modificare la realtà ma nel senso dell’ “essere in potenza”: il desiderare di per sé non rappresenta ancora l’azione mancando l’atto di volontà. Il sogno è una condizione necessaria ma non sufficiente perché si possa raggiungere il proprio futuro desiderato, può rimanere infatti un’idea astratta, senza tramutarsi effettivamente in un cambiamento concreto della propria situazione.

Se i sogni permangono in questo stato inattivo alla lunga deludono, devono trasformarsi necessariamente in azione per dare soddisfazione al coachee. Diventano fonti di appagamento reale e non semplici “fantasticherie” quando si trasformano in obiettivi. L’obiettivo è il sogno in azione, laddove il sogno rappresenta l’obiettivo in potenza.

“La differenza tra un sogno e un obiettivo è semplicemente una data” (Walt Disney)

Il dispiegarsi del percorso di coaching può consentire al coachee di arrivare a CONOSCERE il proprio obiettivo: il futuro desiderato si traduce in tal caso in qualcosa di concreto, specifico, misurabile, coerente con i propri valori e misurato sulle proprie potenzialità e competenze, collocato in un ambito temporale ben definito.

“Si conosce solo ciò che si ama” (Sant’Agostino)

Da questo momento in poi sarà un piano d’azione elaborato dal coachee in autonomia e responsabilità, con il supporto del coach, a guidare ogni passo nel cammino di avvicinamento al proprio obiettivo attraverso il raggiungimento dei traguardi intermedi convenientemente collocati lungo il percorso.

Ma questa è ancora un’altra canzone 😉

Perché il calcio non può bastare

[Tempo di lettura: 4,5 minuti]

Anni fa, ad un convegno ascoltai un educatore dire durante il suo intervento che quando un ragazzo a 13/14 anni ha per interesse solo il calcio deve scattare un “campanello d’allarme” per i genitori.
Sul momento non compresi il senso dell’affermazione: mi piaceva il calcio, ambedue i miei figli maschi lo praticavano in una squadra giovanile, io ero dirigente accompagnatore della stessa.

Nel tempo, l’attività svolta come direttore e formatore al Club Prato Boys e al Polis Club, e il conseguente confronto frequente con i bambini e i ragazzi, alcuni particolarmente impegnati nella pratica sportiva, mi ha fatto comprendere appieno il senso di quanto avevo ascoltato.

Lo sport ha sicuramente, almeno in potenza, la capacità di veicolare tutta una serie di valori positivi (impegno, spirito di squadra, rispetto, lealtà, competizione, dedizione, spirito di sacrificio, altruismo…) ma molte volte, e nel calcio giovanile più che in altre discipline, l’attenzione prematura al solo risultato, la forte tensione agonistica a scapito dell’aspetto più propriamente ludico, rappresentano un ostacolo per la considerazione puntuale delle prioritarie necessità educative dei ragazzi.

Fra queste una delle più penalizzate è lo sviluppo della capacità di costruirsi delle relazioni significative di amicizia.

Nell’infanzia i bambini si cercano per giocare, per farsi compagnia, per soddisfare una serie di bisogni primari che fanno sì che un bambino nutra naturalmente simpatia verso coloro che li soddisfano meglio e che lo valorizzano e, viceversa, antipatie verso coloro che non rispondono adeguatamente a questi bisogni.

Con la pre-adolescenza e l’adolescenza inizia invece a strutturarsi un nuovo assetto di amicizia che va oltre l’essere “compagni di gioco” tipico dell’età infantile. Il gruppo dei pari età diventa il riferimento primario per i ragazzi in alternativa a quello genitoriale. rappresentando la matrice, il “brodo primordiale” da cui possono successivamente svilupparsi le vere amicizie.

Lo spiega bene lo scrittore C.S. Lewis: «L’amicizia nasce dal semplice cameratismo quando due o più compagni scoprono di avere un’idea, un interesse o anche soltanto un gusto, che gli altri non condividono e che, fino a quel momento, ciascuno di loro considerava un suo esclusivo tesoro. 
La frase con cui di solito comincia un’amicizia è qualcosa di questo genere: ”Come? Anche tu? Credevo di essere l’unico…”.» (I quattro amori)

Il fatto di andare nella stessa scuola, di frequentare lo stesso ambiente, di praticare lo stesso sport, ecc. non comporta necessariamente l’amicizia. Chiunque condivida determinate esperienze rappresenta un compagno, ma soltanto chi, oltre a questo, avrà qualche altra cosa in comune diventerà realmente un amico.

Chi non possiede nulla non può dividere nulla; chi non sta andando da nessuna parte non può avere compagni di viaggio. (C.S. Lewis)

La meta o visione che accomuna gli amici non può essere il calcio, questo non ha la capacità di rappresentare il “punto di fuga” all’orizzonte verso cui possono convergere gli sguardi degli amici, perpetua solamente un modo di stare insieme infantile, da compagni di gioco.

Giocare a calcio infatti è un “fare insieme” qualcosa, non è cogliere quell’essenziale che è invisibile agli occhi (cfr Il Piccolo Principe) che rende l’amicizia qualcosa di più e di più profondo.
Fare insieme qualcosa, in questo caso praticare uno sport, aiuta a socializzare ma rende per sua natura solo compagni; l’amicizia, pur richiedendo la frequentazione, non è questo: si basa sul sentire e pensare insieme qualcosa e in questa condivisione differenziarsi dal resto dei compagni.
Questa visione comune, che guida il cammino fianco a fianco degli amici, porta nel tempo a sviluppare una profonda conoscenza e affetto reciproci tanto che l’amicizia si caratterizza inoltre per la benevolenza intesa nello stretto senso etimologico della parola: volere il bene dell’amico.

Come si esce da questo?

1) Innanzitutto sapendo ascoltare il “campanello di allarme” che può risuonare in determinate occasioni. Ascoltare un figlio che parla solo ed esclusivamente di calcio, di calciatori, di partite, di formazioni, di allenamenti, di fantacalcio… rappresenta per un genitore il “primo canto del gallo”: non bisogna arrivare al secondo.

2) Può essere opportuno iniziare un disinvestimento riguardo la riuscita agonistica di proprio figlio: siamo realmente sicuri che giocare bene a calcio, avere il posto da titolare nella squadretta più o meno blasonata della nostra città, partecipare al campionato regionale anziché provinciale…, sia ciò che più serve alla maturazione umana di nostro figlio?
O piuttosto è qualcosa che soddisfa una nostra aspettativa, che gratifica noi stessi per un risultato che magari non siamo stati in grado di raggiungere a suo tempo oppure che ci attribuisce un certo status nella nostra cerchia di amici?

3) É necessario adoperarsi a partire dall’infanzia e, sicuramente dalla pre-adolescenza, per favorire occasioni che possano suscitare nel ragazzo altri interessi e passioni senza abbattersi per probabili insuccessi. Sarà un processo lungo e faticoso, costellato magari da numerosi fallimenti. Ci sarà richiesto di uscire dalla nostra “comfort zone” e dedicare tempo di qualità e in quantità per svolgere attività con nostro figlio o per consentirgli di compiere determinate esperienze alternative.

Solo la passione smodata per il calcio può avere questi effetti collaterali?
Evidentemente no: ogniqualvolta la pratica sportiva, sia essa calcio, rugby, basket, ginnastica, nuoto, tennis, pallanuoto…, travalica la propria funzione, relativa, per diventare un assoluto cui sacrificare ogni altra possibilità di scoprire passioni alternative in ambiti diversi, si corre il rischio di limitare la capacità di sviluppare in futuro nel ragazzo profonde e significative relazioni amicali.

Fortunatamente esistono anche (rare) società calcistiche giovanili dove viene posta attenzione agli aspetti educativi del bambino o ragazzo prima ancora del raggiungimento di risultati sportivi di eccellenza, e dove magari i loro sforzi sono frustrati invece dalla mancanza di sensibilità educativa dei genitori che si accaniscono riguardo alla sola riuscita calcistica dei loro “campioncini” in erba. Si trovano “mister” interessati a insegnare calcio facendo divertire i bambini, distaccandoli dall’attenzione ai soli risultati sportivi privilegiando la relazione fra loro e con gli adulti di riferimento. Ma non sono la maggioranza e comunque ciò non è sufficiente se manca la dovuta attenzione alle necessità educative dei propri figli da parte di noi genitori.

Attenzione: non voglio sostenere che il calcio, e la pratica sportiva in generale, non abbiano una loro importanza nello sviluppo psicofisico dei nostri figli. Tutt’altro. Sottolineo unicamente il rischio che diventi un’esperienza esclusiva, “totalizzante” e che privi i ragazzi della sperimentazione in altre attività, in ambiti alternativi allo sport. La formazione umana non si può limitare alla sola pratica sportiva.
Nell’infanzia e nell’adolescenza è infatti di fondamentale importanza la sperimentazione continua, talvolta incoerente, che permette di scoprire interessi, propensioni, possibilmente passioni. Le stesse che potranno non solo favorire la nascita e il consolidamento di vere amicizie con coloro che vibrano per le stesse “visioni” ma anche guidare il ragazzo verso la propria realizzazione futura, a trovare “il suo posto nel mondo”.

 

É finita la scuola… e adesso?

[Tempo di lettura: 2,8 minuti]

La scuola è finita per quasi tutti i nostri ragazzi, anche per gli esaminandi di III media e V superiore le prove giungeranno presto al termine. Noi genitori di figli preadolescenti e adolescenti siamo quindi alle prese con il consueto dubbio relativo a cosa sia meglio fare per loro nel periodo estivo.

Le vacanze rappresentano sicuramente un periodo di riposo che serve a prendersi cura di sé, a rigenerarsi dai lunghi e impegnativi mesi di scuola ma può rappresentare anche l’occasione per mettersi in gioco sotto altri aspetti, per acquisire maggiore consapevolezza delle proprie capacità e potenzialità, e rafforzare la propria autoefficacia e autostima.

Come genitori è fondamentale che prestiamo cura che i nostri ragazzi, pur nel dovuto relax, mantengano o rafforzino dei corretti stili di vita, che conducano attività all’aria aperta privilegiando il movimento e che si alimentino in maniera sana e regolare.

Dobbiamo però evitare di voler pianificare tutte le attività quotidiane dei nostri figli. La loro vita è già fin troppo scandita da orari predefiniti dovuti alla scuola, alle attività sportive e ad altre attività extra-scolastiche cui li iscriviamo pensando di agire per il loro bene. É invece necessario che i nostri ragazzi crescano in autonomia e responsabilità e questo richiede loro un allenamento a sapersi organizzare le giornate senza che lo facciamo noi per loro. Il nostro aiuto, se richiesto, può essere importante per aiutarli a crescere sotto questo aspetto se invece di fornire loro soluzioni già pronte e confezionate li aiutiamo, con opportune domande, a fare chiarezza su cosa piacerebbe loro fare in base alle proprie attitudini, quali esperienze vivere…

Anche la progettazione della vacanza estiva fuori dal proprio ambiente quotidiano richiede un impegno di studio da parte di noi genitori per evitare che i ragazzi più grandi si adagino su una piatta sequenza di “dormire fino a tardi / spiaggia / aperitivo / cena / tirar mattina nei locali”.

Forse i nostri adolescenti si meritano qualcosa di più e di meglio di questa routine banale e controproducente. Altrimenti non lamentiamoci che abbiano poi per miti viveur alla Gianluca Vacchi e Dan Bilzerian, calciatori milionari oppure youtubber “buoni a nulla ma capaci di tutto”.

Ma i miei figli vogliono questo” qualcuno potrebbe obiettare, ma non è del tutto vero perché sono i nostri ragazzi  a voler essere stimolati.

Un’interessante ricerca del 2017 promossa dall’agenzia Espresso Communication per FourStars (società accreditata dal ministero del Lavoro e specializzata nei tirocini formativi), e condotta su un campione di circa 1.400 giovani (18-29 anni), ha rivelato che ben “il 72% dei giovani ammette che sarebbe disposto a rinunciare alle vacanze da ‘viveur’, per dedicarsi invece ad esperienze formative in giro per il mondo.”

Certo a questo si arriva se alleniamo i nostri ragazzi a partire dalla preadolescenza a delle vacanze non impostate solamente sul “dolce far niente”.

Un tale cambiamento richiede però che per primi siamo noi genitori a voler cambiare atteggiamento, a uscire dalla nostra comfort zone impostando delle vacanze estive di famiglia imperniate su attività esperienziali che possono giungere da escursioni, visite in città d’arte, viaggi in altri paesi, possibilmente aggregandosi a famiglie amiche con figli e figlie di età analoghe ai nostri.

Altre proposte formative da offrire ai nostri ragazzi, tenendo conto evidentemente delle diverse fasce di età, possono riguardare i campi estivi magari in località in mezzo alla natura, le attività di volontariato con coetanei anche in altri paesi, le vacanze-studio all’estero purché seriamente organizzate.

Dobbiamo renderci conto che delle vacanze estive proficue per lo sviluppo fisico, psicologico ed emotivo dei nostri bambini e ragazzi non possono essere improvvisate ma richiedono una volta di più che dedichiamo del tempo di qualità a quella che è la nostra occupazione più importante: l’educazione dei figli.

 

Open Day Comune di Prato

Giovedì 28 giugno dalle 18 alle 22 sarò presente all’OPEN DAY organizzato dal Comune di Prato per lanciare i nuovi corsi 2018-2019 realizzati in collaborazione con la Biblioteca Lazzerini.

Vi attendo nella Saletta Campolmi della Biblioteca Lazzerini (edificio di fianco all’ingresso della Biblioteca in via Puccetti 3, Prato) per illustrarvi i corsi

  • “Scuola – compiti – figli. Corso di sopravvivenza per genitori” che terrò sabato 24/11/2018 e 01/12/2018;
  • “Adolescenza: istruzioni per l’uso” che condurrò insieme alla dr.ssa Teresa Zucchi sabato 26/01, 9/02 e 16/2/2019.

Scuola – compiti – figli TIPS #4

[Tempo di lettura: 4,4 min]

In un precedente articolo ho affrontato il tema della motivazione allo studio dei nostri figli (TIP #3) individuando tre linee di azione che come genitori dovremmo mettere in atto per permettere lo svilupparsi delle condizioni di base, una sorta di “brodo primordiale” in cui può nascere nei ragazzi una motivazione di tipo intrinseco:

✔ monitorare e sviluppare la nostra personale motivazione intrinseca al lavoro;

✔ allenare il senso di autoefficacia di nostro figlio;

✔ adottare uno stile educativo incoraggiante benché esigente e risoluto.

Con il tempo ciò può portare nostro figlio ad una maggiore motivazione personale allo studio come risposta a proprie esigenze di tensione al miglioramento delle competenze, di soddisfazione, di sfida con se stesso, di ricerca di senso.

✅ Perché nostro figlio passi da un atteggiamento di pensiero positivo, ottimista (che sappiamo favorire l’impegno rispetto a un atteggiamento pessimista), ad AGIRE POSITIVAMENTE, unico atteggiamento realmente efficace per il conseguimento di propri obiettivi, è fondamentale però che il ragazzo abbia a disposizione l’energia necessaria per attivarsi concretamente nell’impegno scolastico per il quale è adesso maggiormente motivato, e questa energia assume le forme della determinazione e della tenacia.

💪 Innanzitutto chiariamo i significati di questi termini: siamo determinati quando possediamo una volontà ferma, quando siamo cioè risoluti e fermi nelle nostre scelte. La tenacia ha a che vedere con la fermezza e la perseveranza nell’azione, è quasi una determinazione in atto. Determinazione e tenacia sono aspetti che fanno parte del concetto più ampio di resilienza.

“Resilienza psicologica: Capacità di persistere nel perseguire obiettivi sfidanti, fronteggiando in maniera efficace le difficoltà e gli altri eventi negativi che si incontreranno sul cammino” (Pietro Trabucchi)

Come si acquisiscono?

▶ Determinazione e tenacia dipendono in gran parte dalla capacità acquisita di autoregolazione e dall’allenamento allo sforzo, alla fatica.

1) Autoregolazione

✋ L’autoregolazione ha sostanzialmente a che fare con il controllo degli impulsi: un ragazzo, ma noi adulti non ne siamo immuni, se vuole raggiungere un risultato attraverso la propria attività, deve prima o poi vincere le tensioni o i desideri che lo conducono in direzione opposta promettendogli una gratificazione nell’immediato (ad esempio, indugiare a giocare alla Playstation dopo mangiato anziché mettersi alla scrivania a fare i compiti).

L’autocontrollo lo possiamo favorire se, fin da bambino, sviluppiamo in nostro figlio la capacità di accettare i disagi e le sofferenze. Non possiamo far pensare ai bambini che tutto sia facile e divertente, compresa la scuola, non dobbiamo creare in loro l’illusione che la vita sia un parco giochi perché facciamo loro del male e quando si scontreranno con la realtà, e si scontreranno prima o poi indipendentemente dai nostri sforzi, l’impatto rischia di essere devastante.

Accettare i disagi significa anche far vivere ai figli la noia e la monotonia di svolgere i compiti più faticosi. D’altra parte qualsiasi attività, sia essa di studio o lavorativa, prevede alcuni momenti creativi ma insieme ad altri compiti routinari, talvolta noiosi. Senza contare che la noia può sviluppare un atteggiamento creativo nei nostri figli se non la anestetizziamo proponendo o consentendo loro un accesso non regolato a videogiochi e serie TV.

📌 Un approccio corretto per abituare ad accettare i disagi può essere quelle di insegnare ai figli ad anticipare gli ostacoli e le difficoltà che incontreranno nello svolgimento dei compiti (gli immancabili messaggi whatsapp sul telefono, l’amico che chiama per invitarlo a uscire, l’imperdibile replica di X-Factor alla televisione…) al fine di ipotizzare possibili soluzioni per gestirle prima ancora che accadano o che sorga il desiderio.

2) Allenamento alla fatica

I ragazzi che raggiungono elevati risultati scolastici non sono necessariamente i più intelligenti, quelli dotati di capacità superiori alla media, bensì quelli che sono esigenti con se stessi, che prestano attenzione e svolgono senza tentennamenti i compiti assegnati, che hanno metodo nello studio… in definitiva quelli che studiano coscienziosamente, che si impegnano in maniera efficace e, allo stesso tempo, efficiente.

Semplificando con un’immagine, possiamo dire che i successi scolastici dipendono dalle abilità (competenze) e dall’impegno; se manca uno dei due fattori il risultato è zero.

Le abilità si sono sviluppate a partire dalle potenzialità innate e dalla quantità di esercizio svolto per allenarle.

Da ciò consegue che il successo nello studio dipende in larghissima parte dall’impegno profuso e quindi dalla capacità di sopportare lo stress psicofisico, la fatica conseguenti allo sforzo compiuto.

Come possiamo fare perché i nostri figli sviluppino questa capacità di sopportazione?

Innanzitutto cos’è la fatica? Il dizionario la definisce come lo “Sforzo intenso e prolungato che porta all’indebolimento progressivo delle facoltà di resistenza fisiche o spirituali“.

La fatica cioè induce un deterioramento della resistenza fisica e mentale fino al punto di desiderare l’interruzione dell’attività che l’ha generata. Nello studio, ancor più che in altre attività, il limite mentale sopraggiunge ben prima del limite fisico, in altre parole un ragazzo smette facilmente di studiare perché “non ne ha più voglia” piuttosto che perché non ce la fa più fisicamente.

📌 Ecco perché è fondamentale l’approccio mentale che i nostri figli devono maturare nei confronti della fatica per poter sopportare i carichi di studio. Sin da bambini bisogna pertanto abituarli ad uscire dalla propria “zona di comfort” per farli confrontare con la sensazione di fatica, stabilendo dei compiti in casa adeguati all’età e che siano effettivamente utili, che ne percepiscano cioè l’utilità per il funzionamento della comunità familiare. Allo stesso tempo abituarli a stabilire dei tempi fissi di studio va in questa direzione togliendo spazio vitale allo “spontaneismo” e privilegiando l’assunzione di una metodologia ordinata.

Il concetto è che se abbassiamo costantemente l’asticella di ciò che chiediamo ai nostri figli, crediamo di fare loro un favore ma rischiamo di “allenare” studenti poco coscienziosi e futuri professionisti superficiali e incapaci di lavorare bene.

 


📌 Per un approfondimento di questi temi sono aperte le iscrizioni al corso “Scuola-compiti-figli. Corso di sopravvivenza per genitori” che terrò Giovedì 16 novembre e giovedì 23 novembre, ore 21-22.30, a Prato presso lo Studio Zucchi.

Per info, costi e iscrizione ➡ http://wp.me/p7BgQC-92

Attenzione: il corso è a numero chiuso. ULTIMI POSTI DISPONIBILI

Cosa fa un Teen coach?

[Tempo di lettura: 3,1 min]

❌ Rispondere alla domanda è quanto mai necessario visto che oggi spesso la parola coach viene associata alla figura di una sorta di guru/motivatore che in incontri più o meno affollati, e più o meno costosi, ti carica urlando “Ce la puoi fare! Think positive! Se lo vuoi lo raggiungi!” o formule analoghe.

❗Un coach non è questo, è un professionista che svolge infatti una professione ben distinta, disciplinata dalla Legge n. 4/2013 e normata dall’UNI con il documento UNI 11601:2015 “Coaching – Definizione, classificazione, caratteristiche e requisiti del servizio”.

⚠ I corsi motivazionali così tanto in voga caricano sull’immediato mediante sapienti tecniche emozionali ma elargiscono solo ampie dosi di motivazione esterna che, passato l’effetto, possono talvolta lasciare la persona più sfiduciata e con maggiore disistima di sé di prima: “Se non ce l’ho fatta neanche volendolo, non valgo proprio nulla!

Allora un coach non è un motivatore?
Certo che il coach motiva ma nel senso che ti aiuta a scoprire le TUE motivazioni, quelle allineate al tuo vero essere.

COSA FA UN COACH?

Un coach è un ALLENATORE DEL CAMBIAMENTO PERSONALE, e ciò vale anche nel caso specifico che il cambiamento sia desiderato da un pre-adolescente o adolescente.

❌ La definizione di Life coach come allenatore sgombra subito il campo anche dal secondo equivoco, che un coach sia cioè un terapeuta, che vada cioè a esplorare il passato per una comprensione del problema e la cura di un disturbo psicologico. Questo è compito di un altro professionista: lo psicoterapeuta.

Il coach si focalizza invece su un processo orientato allo sviluppo della persona, al futuro e all’azione. Nel caso del Teen coaching, il ragazzo/a sarà affiancato dal coach per procedere:

✔ nella conoscenza di se stesso, dei propri desideri per il futuro;

✔ nella scoperta e valorizzazione del proprio potenziale, dei propri punti di forza, delle risorse e competenze da mettere in gioco;

✔ nell’elaborazione di obiettivi futuri specifici di miglioramento e di cambiamento;

✔ nella predisposizione e messa in atto di piani per raggiungere tali obiettivi.

In altre parole,
il Teen coach aiuta il ragazzo a fare chiarezza su cosa realmente desidera,
poi lo aiuta a definire un obiettivo
e a trovare le strategie idonee per perseguirlo.

PERCHE’ RICORRERE A UN TEEN COACH?

Il Teen coach offre un punto di vista alternativo al ragazzo, alternativo anche a quello che può ricevere in famiglia, e può “accendere i fari” su alcuni aspetti della sua vita aiutandolo a prendere maggiore consapevolezza di se stesso e del contesto in cui è inserito.

Attraverso il processo di coaching viene allenato nel ragazzo, fin dall’adolescenza, un atteggiamento verso la vita positivo e proattivo che rappresenta una potenzialità di base imprescindibile per autorealizzarsi.

Il Teen coach è un alleato del ragazzo e il rapporto di fiducia si basa su una stretta riservatezza riguardo a ciò che viene esplicitato durante le sessioni di coaching.

❌ Il Teen coach non è la “longa manus” dei genitori, non agisce per conto loro sul figlio o figlia per conseguire i loro obiettivi, non è neanche una “cimice” che a mo’ di spia relaziona i genitori sui desideri più o meno reconditi dei figli.
Normalmente l’invio di un adolescente dal coach avviene a seguito di un colloquio preliminare fra il coach e i genitori. Successivamente però è cruciale la volontà del ragazzo di impegnarsi in un percorso in cui sarà lui a dover “lavorare”, e sodo, per poter definire e raggiungere i propri obiettivi.

Periodicamente sono svolti incontri fra il Teen coach e i genitori con lo scopo di restituire loro un profilo del figlio o della figlia basato sulle sue potenzialità, risorse, abilità… che servirà loro per comprendere maggiormente il proprio figlio/a e capire come si sta muovendo nel contesto di riferimento. Altre indicazioni fornite dal coach saranno solo quelle necessarie perché i genitori possano a loro volta decidere di migliorare/cambiare il proprio atteggiamento educativo.

Talvolta, a seguito di ciò, può essere impostato, a richiesta dei genitori, un percorso parallelo di Parent coaching per aiutare i genitori a scoprire, allenare e potenziare le proprie potenzialità genitoriali in modo da definire in autonomia un proprio obiettivo educativo, familiare… e mettere in atto un piano d’azione per raggiungerlo.