Il Gioco di Ruolo come “palestra” di relazionalità

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Il contesto

I ragazzi della generazione iGen (i nati dal 1995 al 2012 secondo la definizione della psicologa Jean Twenge)  vivono una preponderanza di relazioni “tecnomediate”, relazioni umane che si realizzano cioè attraverso l’uso di strumenti digitali come smartphone e consolle di videogiochi connessi a Internet.

Le ridotte interazioni condotte di persona, faccia a faccia, stanno causando un deficit di capacità sociali nei ragazzi, con la conseguente difficoltà di creare e sviluppare relazioni personali autentiche e che tendano a durare nel tempo.
Non solo, la mancanza delle dimensioni non verbale e paraverbale della comunicazione digitale – cui si è tentato di ovviare con scarsi risultati mediante l’utilizzo delle “emoticons” – sta comportando in loro una marcata riduzione dell’empatia, cioè della capacità di porsi nella situazione dell’altro percependone pensieri, emozioni, stati d’animo.
Come risultato ultimo abbiamo ragazzi che fondamentalmente sono tanto più soli quanto più paradossalmente sono iperconnessi digitalmente.

Nonostante che l’uomo sia un essere relazionale, le abilità sociali non sono innate, devono essere riconosciute e imparate, ciò presuppone che ci sia qualcuno che aiuti in questo compito e le alleni.

Cosa fare

Per recuperare le fondamentali abilità sociali, una soluzione tuttora molto valida è quella di favorire nei ragazzi la pratica sportiva; il contatto personale con compagni di sport e con adulti nelle vesti di istruttori consente infatti di uscire dall’isolamento prodotto dal ritiro nella realtà digitale.
Sebbene valida come soluzione, lo sport non rappresenta però l’unica né la migliore soluzione. L’esasperazione dell’aspetto agonistico sin dalla pratica in età infantile rischia infatti di ridurre l’allenamento delle competenze relazionali basate sulla cooperazione anziché sulla competizione.

Un’altra soluzione, peraltro perfettamente compatibile con la pratica sportiva, è quella di introdurre i ragazzi nel mondo del Gioco di ruolo – di qui in avanti GdR – che è un’attività ludica in cui i partecipanti, guidati da un maestro del gioco o narratore, assumono il ruolo di personaggi in mondi e situazioni immaginarie secondo un sistema strutturato di regole che lascia però ampie libertà espressive personali.

Il GdR da tavolo è uno strumento efficace nella formazione dei ragazzi: opportunamente impiegato, è infatti capace di stimolare, educare e allenare gran parte delle Life Skills emotive (gestione delle emozioni, consapevolezza di sé, gestione dello stress), relazionali (empatia, comunicazione efficace, relazioni efficaci) e cognitive (risolvere i problemi, prendere decisioni, pensiero critico, pensiero creativo).

Life Skills: “gamma di abilità cognitive, emotive e relazionali di base, che consentono alle persone di operare con competenza sia sul piano individuale che su quello sociale […] abilità e capacità che ci permettono di acquisire un comportamento versatile e positivo, grazie al quale possiamo affrontare efficacemente le richieste e le sfide della vita quotidiana” (OMS. «WHO/MNH/PSF/93.7A.Rev.2». http://www.lifeskills.it (consultato il 18 settembre 2019)

Il GdR, mediante la simulazione (“penso e agisco come se fossi”), permette infatti

  • di sviluppare una capacità auto-riflessiva attraverso l’osservazione di sé dall’esterno;
  • di incrementare l’empatia attraverso l’immedesimazione nei personaggi interpretati dai compagni di gioco;
  • di riconoscere e gestire efficacemente le emozioni suscitate dalle vicende co-narrate dal maestro del gioco e dai singoli partecipanti.

Il GdR si presta inoltre particolarmente ad accompagnare i ragazzi più introversi alla scoperta e manifestazione del proprio potenziale umano perché, attraverso l’immedesimazione in un personaggio anche molto differente da sé, possono esprimersi più liberamente mettendo da parte la paura del giudizio altrui.

La compresenza fisica intorno a un tavolo per una durata di tempo non indifferente – una singola sessione di gioco dura almeno un paio di ore – consente inoltre di sviluppare una costante interazione fra i partecipanti al gioco soprattutto se il maestro del gioco avrà cura di limitare il proprio intervento alla narrazione degli avvenimenti, all’interpretazione dei personaggi non giocanti che interagiscono con quelli interpretati dai giocatori e alla conduzione ordinata dei combattimenti.
Questa interazione persistente fra i giocatori li conduce ad assumere nel tempo dei comportamenti comunicativi e relazionali efficienti che, una volta appresi, saranno facilmente trasferiti anche nelle relazioni personali fuori dal gioco.
Il tutto facilitato da un contesto di apprendimento ludico che massimizza l’efficacia dell’intervento.

Esperienza come laboratorio di crescita personale

Tutta questa serie di vantaggi mi ha portato negli ultimi tre anni a introdurre nelle attività formative dei Club Prato Boys e Polis che dirigo a Prato – rivolti rispettivamente a ragazzi di 9-14 anni e 15-18 anni –  dei laboratori ludici basati su un GdR: il Dungeons & Dragons 5° edizione.

Per massimizzarne l’efficacia formativa ho introdotto delle modifiche  alle regole tendenti

  1. a ridurre la complessità di gioco per diminuire alcuni aspetti “meccanici” privilegiando invece lo storytelling e quindi favorendo lo sviluppo di relazionalità attraverso la co-narrazione;
  2. a creare un’ambientazione a ridotto contenuto di magia per incrementare la verosimiglianza e quindi la trasferibilità nel mondo reale dei comportamenti e attitudini scoperte e sviluppate nel gioco.

L’esperienza fin qui condotta ha portato ad osservare nei ragazzi un miglioramento

  1. nelle abilità comunicative e relazionali funzionali a formare e stare insieme in un gruppo orientato alla cooperazione (ad esempio, motivazione a partecipare, attenzione alle attività comuni e non solo alle proprie, gestione ordinata dei conflitti, atteggiamento positivo verso gli altri, rispetto dello spazio/tempo degli altri…);
  2. nelle abilità idonee a perseguire un obiettivo come al gruppo (ad esempio, leadership, team building, riconoscimento delle differenti capacità, assegnazione di compiti, restituzione di feedback costruttivi…).

 

Per ulteriori informazioni riguardo a questa esperienza di laboratorio scrivimi alla mail giuliomazzetti.coach@gmail.com

Società digitale, uomo analogico?

Si sente ripetere spesso che viviamo in una “società digitale” e che le relative competenze digitali siano le abilità fondamentali da acquisire e sviluppare per la propria futura autorealizzazione.

😲 Come genitori la cosa ci impressiona e mette ansia: come aiutare i nostri bambini e ragazzi?
Allora è giusto tollerare che siano sempre attaccati a smartphone, tablet e videogiochi?
A scuola è conveniente che si sostituiscano i libri cartacei con supporti digitali?

Quando si parla di digitale bisogna tornare al significato originario del termine: digitale (dall’inglese digit, cifra) è una grandezza che varia a “salti” potendo assumere solo un numero finito di valori, di elementi.
Non a caso uno dei paradigmi della “società digitale” è quello di riuscire a ridurre semplicisticamente ogni informazione in un’alternativa binaria: si/no, bianco/nero, vero/falso, giusto/sbagliato, ricco/povero, forte/debole… Dalle contrapposizioni politiche alle dispute sui social networks, tutta la dialettica sembra essere impregnata degli effetti di questo riduzionismo.

📌 Ma la domanda chiave a cui dare risposta è questa: l’uomo è realmente “digitale” nella sua natura?

Difficile pensarlo quando si riflette sul fatto che siamo collocati nel fluire ininterrotto, uniforme del tempo. La nostra crescita personale, in tutte le dimensioni che ci riguardano (fisica, emozionale, razionale, relazionale, trascendente), è senza soluzione di continuità, può assumere nel tempo una serie pressoché infinita di caratterizzazioni e sfaccettature.

Siamo peraltro esseri prettamente sociali, relazionali, che originano da una relazione e che evolutivamente hanno sviluppato il bisogno, che è poi un valore, di relazioni interpersonali variamente articolate, al punto che laddove vengono a mancare si produce sofferenza. La relazione umana ha parimenti a che fare con un insieme sostanzialmente infinito di elementi, informazioni, interazioni che la rendono “analogica”.

✅ È lecito pertanto aspettarsi che la realizzazione futura dei nostri ragazzi possa essere in parte legata a buone conoscenze tecnologiche ma sicuramente e in misura maggiore, correlata al possesso di elevate, se non eccellenti, abilità sociali.

🎯 Queste sono primariamente le competenze che come genitori, docenti, allenatori sportivi… dobbiamo preoccuparci di “allenare”.

Smartphone Zombies… cosa fare?

I genitori riferiscono, nella grande maggioranza dei casi, che uno degli aspetti più critici nel rapporto con i propri figli preadolescenti e adolescenti è il tempo eccessivo che trascorrono al cellulare.

È possibile intervenire su questo punto?
Sì, ma non sarà facile né indolore.

PREREQUISITO: non possiamo chiedere loro di attenersi a delle norme di condotta che noi per primi non osserviamo.
Scorrendo i punti sottostanti allora chiediamoci: io come vivo questo aspetto?

1⃣ PREVENZIONE: uno smartphone NON È un regalo adeguato per bambini delle elementari. “Ma ce l’hanno tutti ormai” è la facile obiezione. E allora? La salute psicofisica non risponde a logiche maggioritarie ma a evidenze scientifiche: prima iniziano a utilizzare il cellulare più è facile sviluppare una vera e propria dipendenza.

2⃣ Lo smartphone non deve essere consultato come prima cosa la mattina. “Ma io lo uso come sveglia!”, ok compra una sveglietta vecchio stile, costa poco e risolve il problema. Lo smartphone tienilo in carica notturna in un’altra stanza.

3⃣ MAI, ma proprio MAI il cellulare a tavola. Non è la valigetta del presidente USA con i codici nucleari, lo puoi mettere da parte per i 30-60 minuti che trascorri pranzando o cenando. Non è solo questione di educazione: riduci la dipendenza e magari inizi a parlare con i commensali.

4⃣ Durante lo studio, o altre attività che richiedono attenzione, il cellulare va posto in modalità silenziosa, possibilmente in un’altra stanza oppure fuori della vista e non a portata di mano. Togliere lo smartphone dalla vista riduce lo sforzo necessario per resistere alla tentazione di utilizzarlo.
Conviene fissare in anticipo, a scadenza regolare ma non troppo ravvicinate, delle brevi pause (al massimo di 5′-10′) da utilizzare per bisogni fisiologici, e nel caso una veloce “sbirciatina” alle notifiche.

5⃣ Vietare non basta, occorre favorire delle ALTERNATIVE ricche di soddisfazione. Ad esempio, praticando uno sport il cellulare facilmente viene dimenticato. Lo smartphone permette agli adolescenti di comunicare fra loro, di sentirsi parte di una comunità; occorre pertanto agevolare le occasioni in cui possono incontrarsi di persona. Più stanno chiusi in casa maggiore sarà la necessità di connettersi digitalmente.
Togliere e basta non serve, occorre focalizzarsi su come far loro riempire in maniera alternativa con nuovi hobby e attività il tempo altrimenti dedicato agli strumenti digitali. E per questo occorre disponibilità a farli uscire favorendo la sperimentazione.

6⃣ In certi casi, perlomeno fino a una certa età, può essere di aiuto installare app che bloccano l’accesso alle altre applicazioni in determinati orari (ce ne sono tante disponibili anche in versione free, ad esempio Screen Time)

7⃣ Stabilire un orario congruo in cui “cala il sipario” serale. La visione di videoclip o serie TV sul cellulare prima di dormire non aiuta il riposo notturno. In casi drastici impostare il router della wifi per una disconnessione mirata all’orario prefissato.

Buon lavoro!

Aspettative dei genitori e frustrazione… un binomio inscindibile?

Le aspettative che hanno i genitori, e che i figli adolescenti non soddisfano, creano frustrazione in persone che, come me, vorrebbero avere sempre tutto sotto controllo per stare bene. Il fatto che i figli adolescenti ‘facciano di testa loro’, magari decidendo deliberatamente di non studiare, di non impegnarsi, di non dare una mano in casa ad esempio, crea una certa inquietudine, continue occasioni di scontro“. (Elena, post sulla pagina FB giuliomazzetticoach)

La questione è evidentemente molto complessa, di non facile e tanto meno immediata soluzione, ma qualche considerazione può essere di aiuto.

È esperienza comune nei genitori provare un senso di delusione, di inadeguatezza, talvolta di amarezza e perfino rabbia quando i desideri e le aspettative che abbiamo nei confronti dei figli sembrano svanire nel nulla, quando, nonostante gli sforzi, le cose procedono in una direzione diversa da quella immaginata.

1) Innanzitutto, è importante comprendere come il desiderio di controllo sia facilmente causa di frustrazione quando si consideri che l’unica sfera di influenza su cui possiamo agire al 100% siamo noi stessi, non certo i figli che sono altro da noi, con la propria autonomia decisionale e conseguente responsabilità.
Crearsi aspettative sugli altri finisce per far dipendere il nostro benessere (etimologicamente: “ben-essere” cioè “stare bene”) dalle loro decisioni e dai loro atteggiamenti su cui possiamo esercitare un’influenza assai relativa.

Questa premessa non implica però che si debba abdicare al ruolo di guida, di leadership autorevole richiesto a ciascun genitore.
L’aspettativa verso un figlio deve però essere interpretata non tanto come la proiezione di un progetto vincolante del genitore, quanto, come ci ricorda l’origine del termine (“attendere pazientemente, senza muoversi, verso la cosa o persona che deve arrivare”), una fiduciosa attesa che si realizzi qualcosa senza alcuna pretesa di certezza.

2) Quando si parla di aspettative dei genitori è importante interrogarsi su quanto tali aspettative siano da ritenersi implicite oppure siano state esplicitate ai figli.

Presupponendo che lo scontro sia dovuto al fatto che tali aspettative siano ripetutamente espresse, chiediamoci allora se hanno dato luogo alla definizione di un sistema semplice, conciso ma chiaro di regole di convivenza familiare, che comprenda i compiti di collaborazione assegnati a ciascuno secondo le proprie capacità e il tempo (minimo) da dedicare allo studio quotidianamente.

A differenza di quanto avviene con i bambini, con gli adolescenti è peraltro necessario spiegare la ragione, il criterio che sta alla base di ciascuna regola familiare, ed essere sufficientemente flessibili da saperle modificare alla luce delle considerazioni ragionevoli espresse dei figli.

3) Una volta definite le regole, sono state previste le conseguenze che derivano dall’inosservanza di quanto precedentemente elaborato, condiviso e definito?
Bisogna uscire dalla logica dei premi/punizioni ex post e adottare invece un atteggiamento basato sulla previsione delle conseguenze dei comportamenti attuati in modo da far crescere in responsabilità i figli (Non siamo noi genitori “cattivi” che assegniamo le punizioni, sono i ragazzi stessi che “scelgono” con i propri comportamenti gli esiti).

Il problema non è tanto che i ragazzi “facciano di testa loro”, il che educativamente è anche auspicabile, quanto che aderiscano, pur criticandoli, a principi che regolano la convivenza responsabile nella comunità familiare.

4) In ultimo, ma non perché meno importante, ci siamo mai chiesti, e abbiamo chiesto, cosa c’è dietro un determinato atteggiamento di rinuncia, di opposizione, di rifiuto?
A volte i ragazzi manifestano con tali atteggiamenti un malessere, un’insoddisfazione che è importante conoscere per non intervenire sui sintomi bensì sulla causa originaria.

 

L’amore incondizionato che si declina anche nell’accoglienza del figlio pur non rispondente alle proprie aspettative, l’ascolto, l’autenticità intesa come assenza di atteggiamenti manipolatori, la capacità di saper porre dei limiti, sono tutti elementi che permettono di (ri-)costruire una relazione funzionale con i figli ormai adolescenti. Questa relazione rinnovata, pur non mancando di scontri, per certi versi fisiologici nel momento in cui gli adolescenti cercano di costruirsi faticosamente una propria identità, non darà luogo a senso di frustrazione perché riacquisterà un senso l’attesa attiva che il figlio, guidato con mano ferma ma amorevole, proceda nel proprio percorso di maturazione i cui tempi raramente coincidono con quelli desiderati dai genitori.

“Adolescenza: istruzioni per l’uso” – nuova edizione del corso

👉 Iscrizioni aperte fino al 9 settembre per la nuova edizione del corso ADOLESCENZA: ISTRUZIONI PER L’USO.

Spesso è complesso comunicare con i ragazzi durante la delicata fase dell’adolescenza. Occorre modificare l’atteggiamento finora tenuto ed iniziare ad instaurare un nuovo rapporto. Il corso si propone di fornire gli strumenti necessari per porsi “alla giusta distanza”, illustrare come accendere la motivazione e aiutare l’adolescente a diventare e realizzare se stesso.

Gli incontri sono rivolti a genitori, docenti e altri educatori.


Il corso si terrà nei giorni di sabato 25 gennaio, 1 e 8 febbraio 2020, ore 15-16.30 presso la sala Don Milani in via De Gasperi 63, Prato.

(Corso attivato nell’ambito dei corsi di cultura generale organizzati dal Comune di Prato e dalla Biblioteca Lazzerini)


 ISCRIZIONE ONLINE al link http://bit.ly/adolescenza-istruzioni

Per informazioni e aiuto nell’iscrizione contattare gli organizzatori:

dr.ssa Teresa Zucchi 3486048552 zucchiteresa@gmail.com
FB Dr. Teresa Zucchi – Medico Psichiatra e Psicoterapeuta

Giulio Mazzetti giuliomazzetti.coach@gmail.com
FB Giulio Mazzetti Teen & Life Coach

Ci vuole un sogno

Per sviluppare la motivazione intrinseca è opportuno iniziare dal sogno infatti “nulla accade se prima non c’è stato un sogno” (C. Sandburg).

Sogno da intendersi come una visione futura desiderabile in cui viene riposta fiducia, non come comunemente si intende, immaginazione di cose irrealizzabili.
Per aiutare un adolescente a elaborare un proprio sogno è necessario aiutarlo a spostarsi dal proprio presente, spesso percepito come immutabile, a un futuro desiderato, e a quel punto allenarlo a confrontare le conseguenze del rimanere fermi rispetto a quelle del proprio attivarsi per realizzare il sogno.
Non sarà però sufficiente la sola convinzione razionale, sarà invece necessario aiutare l’adolescente a percepire i sentimenti positivi connessi alla nuova situazione visualizzata.

Il focus in presenza di un problema con i ragazzi

Di fronte a un problema, con i ragazzi non otterremo facilmente risultati focalizzandosi su ciò che sta andando male allo scopo di farlo andare meglio, così facendo andremo spesso incontro a resistenze e autosabotaggi.
Per ottenere successi profondi, duraturi è necessario passare da un percorso di crescita umana e personale, aiutandoli cioè a identificare le proprie risorse e potenzialità e allenandoli a metterle in gioco.
È allenando e potenziando ciò che c’è di valido che otterremo in loro la capacità di cambiare anche nell’ambito specifico dove stanno avendo difficoltà.

“Motivazione e autorità. Quale il ruolo dei genitori?” – Incontro a Terranuova Bracciolini

👉Coach, mio figlio non ha voglia di studiare, non fa altro che giocare alla Play, non so più che fare, ho bisogno che me lo motivi

🤔 Esiste davvero il “paramotivanolo” oppure la motivazione deve essere sviluppata e sostenuta in altro modo?
Qual è il ruolo di noi genitori nella dinamica motivazionale?

 Queste e altre domande saranno affrontate sabato prossimo 23 febbraio nell’incontro per genitori “Motivazione autorità. Quale il ruolo dei genitori?”

Appuntamento a Terranuova Bracciolini (AR) dalle ore 10 alle 12 all’Oratorio San Benedetto.